Benzene nell’Alaco: il racconto del pericolo

Il benzene nell’Alaco, invaso che porta acqua potabilizzata a 150mila calabresi. I fatti, le mancanze e la precedente inchiesta sui vertici dell’Agenzia regionale per la protezione dell’Ambiente. Il racconto di una brutta storia calabrese, che tocca il cuore delle istituzioni e la vita dei cittadini.

di Dalila NESCI

Ci sarebbe stato benzene nell’Alaco, invaso, già sequestrato nel maggio 2012, che rifornisce d’acqua potabile 88 comuni (circa 150.000 abitanti) del Vibonese e del Catanzarese. Il problema è che fonti ufficiali confermano e smentiscono in pochi giorni. Vi racconto questa storia.

Il 6 dicembre 2012, ricostruisce in un comunicato stampa il prefetto di Vibo Valentia Michele Di Bari, l’Arpacal (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente) preleva dei campioni d’acqua a San Sostene (Catanzaro). Il 28 gennaio 2013 lo stesso organo invia i risultati all’Asp (Azienda sanitaria provinciale) di Catanzaro. Tra il prelievo dell’Arpacal e la trasmissione dei risultati all’Asp di Catanzaro passano solo, si fa per dire, 53 giorni.

Il primo febbraio 2013, l’Asp di Vibo Valentia riceve una nota dell’Asp di Catanzaro. Nel documento, si legge che «presso l’uscita del potabilizzatore Alaco Ionio-Tirreno sito nel comune di San Sostene, dalle analisi sui campionamenti è risultata presenza di benzene», con valori ottocento volte superiori alle soglie di legge. Dopo “appena” 57 giorni dal prelievo dell’Arpacal, l’Asp di Vibo Valentia è a conoscenza della situazione di allarme, sicché informa i Comuni interessati in modo che i sindaci sospendano il consumo di acqua potabile.

Nello stesso comunicato, il prefetto di Vibo Valentia informa che «il Commissario dell’Asp vibonese, per  quanto riguarda il campionamento del 6 dicembre scorso, ha dato lettura di una nota a firma del responsabile dell’Arpacal che aveva analizzato i campioni in argomento». Nella nota, continua il prefetto, si legge che, «per un malaugurato errore di trascrizione nella comunicazione del rapporto di prova, la voce Benzene va sostituita  con composti aromatici da benzene espressi come benzene. Trattasi di composti non previsti dal D.Lgs 31/01 e di conseguenza senza limiti di legge».

Silvio Greco, ex assessore regionale all’Ambiente e biologo vibonese di fama, dichiara al dichiara al Quotidiano della Calabria che sul piano scientifico il «malaugurato errore di trascrizione» non significa nulla né rimuove il pericolo di un possibile inquinamento umano. Greco specifica che in questi esami vale sempre il valore della sostanza capofamiglia, nello specifico il benzene. Non solo: la formula di giustificazione dell’Arpacal sarebbe vaga, secondo Greco, e nel campione del 6 dicembre scorso si potrebbero trovare sostanze più pericolose del benzene. Di solito il benzene deriva da rifiuti tossici interrati e negli anni distrugge il midollo osseo provocando leucemie. Se dovesse essere confermata la presenza di benzene, potrebbero essere state avvelenate circa 150mila persone.

Sul piano scientifico, quanto riportato rafforza le forti preoccupazioni sull’inquinamento in Calabria, ripetutamente espresse dal Movimento Cinquestelle.

Secondo Di Bari, prefetto di Vibo Valentia, la questione dell’Alaco rivela un difetto di comunicazione tra enti.

La Procura della Repubblica, investita ufficialmente, dovrà far luce su eventuali reati e responsabilità. Intanto, dopo gli ultimi esami delle acque disposti da Di Bari, il commissario dell’Asp vibonese, Maria Pompea Bernardi, riferisce «che i parametri analizzati sono conformi» alle legge. Il commissario – lo scrive il prefetto nel riferito comunicato – comunica che «non sussiste al momento, pericolo per la salute pubblica». Per il prefetto, «la stessa Asp, quindi, provvederà a informare immediatamente i Sindaci dei Comuni interessati, per procedere alla revoca delle ordinanze di non potabilità».

Il problema non è affatto risolto. Lo significa il prefetto di Vibo Valentia, che pretende che gli esami delle acque siano molto più frequenti. Soprattutto, a parere di Greco le spiegazioni dell’Arpacal non hanno un preciso significato scientifico. Noi del Movimento Cinque Stelle chiediamo che si accerti subito lo stato reale delle cose.

Intanto, i vertici dell’Arpacal, di nomina politica, sono indagati per altri motivi. La Procura di Catanzaro contesta al presidente Maria Teresa Fagà e al consigliere d’amministrazione Mario Russo di avere attestato falsamente di essere in possesso dei requisiti richiesti dalla legge, cioè una «comprovata esperienza tecnico scientifica in materia ambientale» e «cinque anni di attività professionale riconducibile all’incarico». Entrambi avrebbero ricoperto incarichi e funzioni diverse da quelle previste dalla normativa. Addebito, questo, rivolto anche al terzo componente del Cda, Ida Cozza. Per abuso d’ufficio è invece indagato, nella stessa inchiesta, il presidente del Consiglio regionale, Francesco Talarico.

Questi elementi sono già sufficienti perché si dimettano tutti domattina.

Il COMUNICATO STAMPA DEL M5S SULLA VICENDA

VIDEO: LUNGO SERVIZIO RAI SULL’ACQUA DELL’ALACO

 

 

 

 

 

 

 

 

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