Calabria, ‘ndrangheta: Di Costa non è da solo

Pietro Di Costa

 

Stamani ho presentato un’interrogazione ai ministri dell’Interno e della Giustizia, chiedendo «quali misure intendano adottare per la sicurezza e l’effettivo reinserimento economico e sociale del testimone di giustizia Pietro Di Costa (in foto, nda) e della sua famiglia».

di Dalila NESCI

Preoccupata per l’attuale condizione di Di Costa, rimasto a Tropea senza reddito, ho poi domandato ai ministri Angelino Alfano e Annamaria Cancellieri «se non ritengano di approfondire le doglianze del testimone di giustizia, che comunicò la rinuncia al suo istituto di vigilanza per difficoltà riconducibili a pressioni di tipo mafioso, poi ritrovandosi, all’atto della seconda istanza di licenza, con una nuova, penalizzante disciplina in materia di autorizzazione».

Di Costa rinunciò al proprio istituto di vigilanza con sede a Tropea, poi entrò nel programma di protezione e ne uscì, convinto di tornare alla vecchia attività, il cui permesso gli fu negato per assenza dei requisiti minimi previsti da una legge più recente. Da Alfano e Cancellieri voglio dunque sapere, «per la gravità delle denunce del Di Costa, quali accertamenti intendano disporre per verificare eventuali responsabilità negli Uffici interessati».

Più volte ho detto che è indispensabile assicurare una vita sicura e dignitosa ai testimoni e ai collaboratori di giustizia. Purtroppo il sistema presenta una serie di limiti e a volte di superficialità, per cui non è garantito chi trova il coraggio della denuncia. Uno Stato forte e civile deve proteggere quelle figure che consentono, come rimarcava il compianto penalista Federico Stella,  di scardinare intere organizzazioni criminali.

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