Col voto a Reggio abbiamo imparato la lezione

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Dopo il voto a Reggio abbiamo un chiaro elemento politico per le regionali: le maggioranze sono espressione di una minoranza elettorale dipendente dai poteri del partito di turno, che oggi è il Pd di Oliverio e Magorno, ieri era il Pdl di Scopelliti.

di Dalila NESCI

Col suo circuito mediatico il Pd canta vittoria per l’elezione di Giuseppe Falcomatà a sindaco di Reggio Calabria, già sciolta per contiguità mafiose e vecchio crocevia di poteri.

Adesso elogi e commenti s’inseguono, chiuso lo scrutinio; sale la retorica: «ha vinto la democrazia», «finalmente», «era ora» e «avanti tutta».

La soddisfazione dei commentatori è, poi, per il 2,49% del Movimento Cinque Stelle, che a loro avviso verrebbe da crepe e falle della nostra nave.

La mia lettura è molto diversa, e la condivido in rete.

A Reggio ha votato il 65.06%, di cui Falcomatà ha preso il 60.99%. Questo significa due cose: 1) un terzo degli elettori non ha votato; 2) il primo cittadino è stato scelto da un popolo pari a quello che ha disertato le urne.

Il giovane Falcomatà, figlio del più celebre Italo, non ha dovuto far nulla per essere eletto. Proprio nulla. Non risulta, poi, che abbia detto o mosso qualcosa contro il sistema di Scopelliti e degli Scopelliti’s, cioè il «modello Reggio» esportato a Catanzaro e denunciato soltanto da noi, mentre la stampa si concentrava su commenti Facebook nell’ambito M5S, presentati come il problema più grave e addirittura come punto politico.

Falcomatà junior si è candidato avendo un nome e una faccia. Il resto, con buona pace di politici e opinionisti d’esperienza, l’ha fatto il trasformismo nostrano. La stampa, però, non se n’è accorta. Stava infatti guardando il film del new deal di Mario Oliverio, reggitore di futuri equilibri e a capo di una lunga tavola imbandita, cui siederanno quasi tutti, tra voltagabbana doc e non arricchiti dalla presidenza di Peppe Dj.

M5S non ha governato in Calabria, mentre in sede parlamentare ha combattuto contro sprechi e mortificazioni assistenzialistiche. Noi abbiamo individuato obiettivi e risorse per garantire ai calabresi servizi e prospettive. Ancora, però, qui conta molto la promessa individuale, a discapito di un progetto politico che sganci la nostra terra da logiche utilitaristiche e clientelari.

Le persone stanche e disincantate sono rimaste a casa, a Reggio. Il nostro torto è di non aver trovato modi e strumenti per farle sperare, dimostrando i tanti fatti che abbiamo compiuto con coraggio. Adesso, però, abbiamo imparato la lezione.

 

 

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