Domenico, il disabile torturato dalla sanità calabrese

Dalila riflessiva

Domenico è un giovane di 43 anni, figlio di braccianti agricoli calabresi. Dalla nascita è vittima della malasanità regionale, che gli procura una grave disabilità. Trova cure e pace in un centro delle Marche. Per problemi di conti, però, l’Azienda sanitaria di Reggio Calabria lo riporta indietro e lo piazza in una rsa, che per lui potrebbe diventare un ghetto, un posto in cui vegetare.

di Dalila NESCI

Il bimbo nasce in ritardo. La sala parto è sporca e per avere il tempo di pulirla un’infermiera somministra dei farmaci alla madre. Il piccolo viene alla luce d’un colore scuro, per i medici è ittero nucleare. Lo portano ai Riuniti di Reggio Calabria, gli sbagliano una trasfusione e il calvario continua. Segue una diagnosi infausta, ma i genitori lo assistono con amore. Non sporgono denunce a causa delle difficoltà economiche. Tra fatiche e sacrifici, lo sistemano al Centro Bignamini di Falconara Marittima (An), nel 1985. Lì Domenico si sente in pace, vive. Gli viene proposto un piano terapeutico, che gli giova insieme all’aiuto, all’umanità intorno.

Dopo anni comincia il tentativo dell’Asp di Reggio Calabria di trasferirlo nella zona d’origine. Nel marzo 2015 la stessa Asp informa la famiglia che la Regione Calabria ha approvato una norma su una scheda di valutazione delle persone anziane non autosufficienti ai fini dell’assistenza residenziale.

Tra note e convocazioni finisce che l’Asp fa tornare Domenico in Calabria, ma in una rsa, per cui la famiglia deve concorrere alle spese. Il giovane riceve una pensione di 290 euro al mese e il fondo sociale in Calabria è ormai saltato, finito.

Domenico non lo difende nessuno. Né lo Stato né il Servizio sanitario regionale. Domenico non ha protettori. Forse ha il torto d’aver scelto di lottare, di vivere. Come tanti altri, è stato colpito, espulso dalla sua stessa terra, in cui la sanità non esiste e il piano di rientro è un affare, al punto che un consulente, proprio dell’Asp di Reggio Calabria, prende quasi 1000 euro al giorno per trovare le tracce di 393 milioni spariti.

Non possiamo permettere che Domenico venga scaricato, abbandonato come una vecchia cosa, no. Nemmeno se, come potrebbe accadere, il pareggio di bilancio dovesse diventare l’unica regola, l’unico principio di questa finta democrazia.

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