Il male della Calabria è la divisione dei calabresi

FUORI SERVIZIO 2

La Calabria è divisa. L’individualismo prevale sul senso della comunità, smembrata dall’emigrazione del passato e del presente. Qui l’economia soffre di una larga sfiducia tra soci d’impresa, di una concorrenza alquanto ostile nel commercio, di una scarsa attitudine per la cooperazione. Diffusi, l’incomunicabilità e il protagonismo sono cause per cui in Calabria non si affermano bravi professionisti, buoni imprenditori o acuti intellettuali. Non di rado, qui c’è come un desiderio che il collega fallisca; sia esso barista, giornalaio oppure scrittore. Questo tranquillizzerebbe l’invidioso di turno, che così non imputerebbe a se stesso insuccessi da errori o incapacità personali.

di Dalila NESCI

Ancora oggi, la Calabria patisce un’antropologia singolare, una mentalità che ha nello scontro, nell’uso irrazionale della forza il suo limite più pesante. La politica è pervasa da questa mania, radicata e lontana; lo è la cultura e perfino l’arte.

Tante volte esiste una corsa folle per il primo posto, per apparire, contare, misurare il proprio seguito. Di fatto, una simile espansione dell’ego avvantaggia concretamente la ‘ndrangheta e i poteri occulti che paralizzano lo sviluppo della regione, impediscono una democrazia effettiva, una partecipazione reale alle scelte sul futuro di tutti. Il punto è ovvio, ma nessuno ci fa troppo caso: i colpi bassi si trovano in tutti gli ambiti della vita civile, eppure la Calabria ha bisogno di pulizia e sinergia.

Il problema, a ben vedere, non è irrilevante, non è teorico e non può rimanere confinato tra le righe di un articolo. Se poi riflettiamo sulla salute e sui risultati dell’antimafia civile, possiamo dire che lì il condizionamento di arrivisti è ancora maggiore, dunque più preoccupante. In altri termini, nell’antimafia non s’intravedono tante convergenze, solidarietà e collaborazioni. Al contrario, c’è con notevole frequenza qualcuno che ritiene di essere più titolato, più preparato, più quotato e che, con queste credenziali, si pone come il solo, l’unico a poter indicare la strada per sconfiggere la criminalità e le sue spalle politiche.

Simili atteggiamenti e convinzioni appartengono a una società chiusa, in contrapposizione con la «società aperta» del filosofo Karl Popper. Il guaio, davanti a situazioni del genere, è che i tentativi di promuovere confronti e costruire alleanze finiscono nel vuoto, perché ai sostenitori della propria superiorità non interessa che passi una legge forte, che nascano strutture di utilità sociale, che si tuteli il patrimonio della Calabria oppure un cittadino intimidito dalle armate. L’importante, per chi si vende ogni giorno nel grande mercato dell’antimafia, è che i media lo celebrino a dovere, a prescindere dai fatti, dai risultati.

Così, per causa di certa malafede e del pensiero che nell’antimafia si facciano sempre buoni affari, capita che idee interessanti, sicuramente migliorabili, vengano strumentalizzate platealmente mediante linguaggio e pretesti strategici. Nel contesto, può succedere che perfino figure di esperienza e con sane intenzioni vengano travolte dalla fretta, dal rumore, dal bisogno altrui di produrre clamore, impatto e confusione. E accade che parlino a sproposito, citando morti ammazzati dalla mafia allo scopo di divulgare propri progetti.

No, i morti non si toccano, non sono – né possono essere – argomenti complementari di tesi giuridiche o politiche. I morti, specie quelli che – come Lea Garofalo – hanno difeso l’ideale della giustizia, sono esempi di coraggio e ardore civile. E, soprattutto, sono testimoni di una solitudine tremenda, disumana, provocata da paura e convenienza, con il concorso di un’antimafia di facciata.

Fai un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>