Italcementi, tutto: l’asse pro bonifica, i misteri e l’affare rifiuti

Foto incontro

Su mia iniziativa le associazioni vibonesi, i Meet Up della zona, il sindaco di Vibo Valentia Nicola D’Agostino, il presidente della Regione Calabria Giuseppe Scopelliti e la sottoscritta ci siamo incontrati (in foto, nda), ieri a Catanzaro, per discutere della bonifica del sito Italcementi.

di Dalila NESCI

Dico subito che, tutti d’accordo, si è formato un asse concreto: sì alla bonifica, no alla riconversione degli impianti in inceneritore.

La notizia non è da poco: istituzioni e società civile si ritrovano unite, in Calabria, di là da convinzioni politiche, singole storie e visioni. In genere ciò non succede nella regione, segnata dall’individualismo e da una diffusa incapacità di guardare al presente per costruire il futuro.

Sulla vertenza Italcementi è bene fornire un quadro netto e onesto, perché nessuno si faccia abbagliare.

Punto di forza dell’azienda bergamasca è Nomisma, società che ha consegnato uno studio su alcune attività al posto del cementificio, collocando in testa la produzione di combustibile solido secondario (CSS).

Questo studio è stato commissionato da Italcementi, che perciò non è disinteressata. Infatti, per trattare rifiuti CDR (CER 191210) e PFU (CER 160103) l’azienda cementiera presentò alla Regione Calabria una richiesta di Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA), di cui diremo più avanti, acquisita dal dipartimento Ambiente il 17 luglio 2007.

Italcementi è una spa quotata in borsa, con evidente, legittima vocazione capitalistica. Nel 1973, acquistò Calce e Cementi di Segni, proprietaria dei forni della vecchia cementeria di Vibo Valentia, avviati fra il 1944 e il 1967.

Più avanti, nel 1988, Italcementi realizzò il primo esercizio completo della nuova linea di cottura. Ciò significa che investì nell’ammodernamento e potenziamento dei quattro forni originari, fatto di cui tenere ben conto. Con buona approssimazione, questi hanno bruciato per circa 70 anni, spargendo quantità impensabili di sostanze chimiche.

In analoghi processi industriali si producono polveri fini (PM), ossidi di azoto (NOx), ossidi di zolfo (SOx), ammoniaca (NH3), composti organici volatili non metanici (COVNM). Inoltre, nel caso di uso di combustibili alternativi, vanno aggiunti metalli pesanti quali mercurio, cadmio e zinco.

Per intenderci, possiamo schiettamente usare due parole: inquinamento e tumore. Da questo punto di vista, Vibo Marina, in cui si trova il cementificio Italcementi ora fermo, non è un paradiso terrestre.

In nome del progresso, la modernità ci ha portato ad accettare in silenzio la rovina dell’ambiente e la compromissione della salute. Tante volte la politica dice che non possiamo permetterci di restare indietro e che occorre aumentare l’occupazione. In realtà, si tratta di una menzogna, dato che le istituzioni rappresentative non sono riuscite neppure a salvaguardare i lavoratori impiegati.

La Regione Calabria, il Comune di Vibo Valentia, le associazioni del territorio e il Movimento Cinque Stelle pensano che è il momento di chiedere i danni.

Il Comune ha già deliberato un’azione legale per obbligare Italcementi alla bonifica del sito industriale. In altro atto ufficiale, invece, ha individuato nel riciclo del vetro uno sbocco per gli operai dell’ex cementificio vibonese, appesi al tavolo tecnico presso il Ministero dello Sviluppo Economico, attivo dallo scorso settembre.

È utile precisare che gli stessi lavoratori avevano proposto e caldeggiato una riconversione industriale per riciclare il vetro. Ne sono testimone. Pertanto, né il Comune di Vibo Valentia né le associazioni né il M5S – che come le associazioni vibonesi considera l’ipotesi del vetro – fanno delle chiacchiere. Con buona pace del giornalista Nicola Lopreiato, il quale oggi ci ha accusato di fumosità su La Gazzetta del Sud, quotidiano di cui la famiglia Pesenti, proprietaria di Italcementi, possiede il 33% delle quote.

Entriamo nel vivo della questione, tornando alla richiesta di AIA presentata da Italcementi alla Regione Calabria, riguardo al cementificio di Vibo Valentia. Le modifiche apportate in sede di conversione dalla L. 243/2007 prevedono che «le domande di Autorizzazione Integrata Ambientale relative agli impianti esistenti devono essere presentate in ogni caso entro il 31 gennaio 2008». La richiesta, ricordiamo, fu acquisita dal dipartimento Ambiente il 17 luglio 2007.

Il 22 febbraio 2011, circa la produzione di cemento, il Nucleo VIA-VAS IPPC espresse parere favorevole – ma con prescrizioni – di compatibilità ambientale e di Autorizzazione Integrata Ambientale. Si espresse negativamente, invece, per il recupero energetico delle tipologie di rifiuti CDR (CER 191210) e PFU (CER 160103). Nel corso della conferenza di servizi svoltasi nell’ambito del procedimento, l’azienda apprese delle prescrizioni dettate dal nucleo e chiese la sospensione della conferenza e del procedimento, al fine di presentare osservazioni, poi acquisite dal dipartimento il 18 maggio 2012 e trasmesse il 19 giugno 2012.

Il 25 settembre 2012, il Nucleo VIA-VAS-IPPC confermò il parere negativo espresso il 22 febbraio 2011, in relazione al recupero energetico delle tipologie di rifiuti CDR (CER 191210) e PFU (CER 160103).

Sino ad oggi, peraltro non avendo mai comunicato in atti ufficiali d’aver chiuso con Vibo Valentia, Italcementi non possiede l’AIA.

Ecco svelato il mistero. Sicuramente – come hanno dichiarato più volte i dirigenti Italcementi – c’è una crisi del cemento; ma le crisi s’interpretano in analisi di breve o medio periodo, non nell’immediato. Combinazione, Italcementi ha iniziato ad allarmare gli operai proprio quando ha capito che il cementificio non sarebbe stato autorizzato per il CDR. I tempi, infatti, coincidono; lo sanno molto bene gli operai, magari tenuti all’oscuro delle suddette dinamiche autorizzative.

Che cosa sta facendo oggi Italcementi? Sta esercitando la sua pressione, con tutta la sua forza capitalistica: potere finanziario ed economico, peso in Confindustria nazionale, relazioni sindacali a livelli alti, rapporti con la politica di palazzo.

In questo quadro, gli operai sono schiacciati, costretti a sperare che si realizzi qualsiasi attività, pur di salvaguardare i loro stipendi. Gli operai sono l’anello debole; prima sfruttati, poi ingannati, ora ricattati: o accetteranno il css o, finita la cassa integrazione nell’autunno del 2014, diventeranno disoccupati.

La politica ha delle responsabilità enormi: può subire la mano di Italcementi o può costringere l’azienda a bonificare l’area che essa ha sfruttato per 70 anni.

Regione, Comune, associazioni e M5S sono per la seconda strada, convinti che la bonifica possa dare lavoro agli operai e che nessuno debba creare divisioni tra la città di Vibo – che non vuole spazzatura né inceneritori – e i lavoratori Italcementi cassintegrati. La bonifica permetterebbe di guadagnare tempo, per trovare una soluzione che non sia obbligata, imposta e sconveniente, come quella propulsa da Italcementi, che ha fiutato da tempo l’affare colossale dei rifiuti.

 

 

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