L’eroe Pietro Mirabelli e la Questione calabrese

Pietro Mirabelli diceva che «le gallerie sono il buio della democrazia». Morì in Svizzera, sul lavoro. Accadde il 22 settembre 2010, lungo una linea del Tav. Minatore e sindacalista, Pietro veniva da Pagliarelle, frazione di Petilia Policastro (Crotone), piccolo comune insanguinato dalle faide della ‘ndrangheta. Dobbiamo interrogarci se non possiamo cambiare, se insieme non riusciamo a imporre un altro modello di sviluppo, di democrazia e di Stato, che consideri le persone, le famiglie e i loro bisogni.

di Dalila NESCI

Pietro Mirabelli diceva che «le gallerie sono il buio della democrazia». Morì in Svizzera, sul lavoro. Accadde il 22 settembre 2010, lungo una linea del Tav. Minatore e sindacalista, Pietro veniva da Pagliarelle, frazione di Petilia Policastro (Crotone), piccolo comune insanguinato dalle faide della ‘ndrangheta.

Di Pagliarelle era anche Lea Garofalo, che col suo coraggio denunciò un clan e salvò la figlia Denise. Ne ho davanti il viso pulito, il sorriso bello e l’animo puro: di sognatrice, di ragazza con un passato difficile e tanta voglia di vivere, ottenere giustizia, dare l’esempio.

Pietro e Lea rappresentano la Calabria eroica, dei valori umani che non appartengono a partiti, schieramenti, simboli politici.

Pietro spese tutto se stesso per i diritti degli operai, per la sicurezza nei cantieri, per la dignità delle maestranze, costrette a turni e fatiche massacranti. Il suo impegno non è stato vano, inutile: Pietro non è un perdente; la memoria delle sue battaglie è sempre forte e attiva, soprattutto oggi.

Io penso che dobbiamo seriamente chiederci a che punto siamo arrivati, accettando un progresso che distrugge il paesaggio, inquina l’ambiente e provoca lutti o malattie, senza garantire un futuro ai giovani. Dobbiamo domandarci se ne vale la pena, se questa è vita: se ha senso perdere la salute e gli affetti per una modernità che significa sfruttamento, miseria, precariato, mancanza di tempo e di tutele. Dobbiamo interrogarci se non possiamo cambiare, se insieme non riusciamo a imporre un altro modello di sviluppo, di democrazia e di Stato, che consideri le persone, le famiglie e i loro bisogni.

A Pagliarelle i minatori sono ancora oggi centinaia. Uomini come loro non hanno scelta: o si rompono la schiena e perdono i polmoni in tunnel freddi e senza luci, oppure si danno allo spaccio, alle vendette tra le cosche.

A volte le biografie di questi onesti lavoratori calabresi finiscono in qualche documentario della notte: il servizio televisivo pubblico è lottizzato, sicché deve distrarre, produrre share, ipnotizzare le coscienze, divulgare orrori e idiozie a pranzo e a cena.

Le testimonianze di dolore, onestà e dignità non trovano posto sui media, che reggono il sistema raccontando le tragedie come spettacoli, esaltando l’opportunismo nei palazzi e la solita immagine della donna oggetto.

Questo vuoto cosmico ha avuto finora un uso politico, che è giusto inquadrare, denunciare. Esso è valso a rinviare la soluzione dei problemi dell’Italia e delle sue terre di confine come la Calabria. La casta si è arricchita mentre piccoli imprenditori si sono suicidati tra le fiamme, nel silenzio di tecnici e professionisti della politica. Per non parlare delle morti bianche o dei crimini della malasanità.

Più delle altre regioni, la Calabria ha bisogno di lavoro, di un lavoro vero che la liberi dalla ‘ndrangheta, che arresti l’emigrazione e restituisca ai suoi cittadini quei diritti e servizi fondamentali levati con i tagli e l’assistenzialismo dei partiti. Tutti i partiti, sia chiaro.

C’è una Questione calabrese di cui occuparsi: lavoro, istruzione, formazione, merito e legalità sono la priorità del nostro Movimento, che batterà i pugni su ogni tavolo romano. Ricorderemo sempre, e con tutti i mezzi civili, che la nostra terra non è una discarica. E la sua gente non è merce di scambio.

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