Mia interpellanza alla Camera: il governo piega le regole sulla sanità agli interessi più squallidi (VIDEO)

nesci interpellanza

 

Oggi ho presentato un’interpellanza riguardante le recenti nomine dei vertici delle aziende sanitarie calabresi. Ma il governo ha preferito non rispondere e non ha specificato se occorra o meno un atto di recepimento del commissario per il piano di rientro.

 

di Dalila NESCI

 

Oggi ho illustrato un’interpellanza con cui il Movimento 5 stelle ha sollevato in parlamento una singolare contraddizione sul rientro dal debito sanitario delle regioni.

Nei mesi scorsi, infatti, i ministeri vigilanti dissero al tavolo Massicci della necessità di un atto di recepimento delle nomine in questione da parte del commissario governativo. Oggi il governo ha eluso il punto, dimostrando invece, che gli atti e le competenze fissati cambiano in base agli interessi da tutelare.


L’esempio più grottesco è quello calabrese: il governo infatti ha legittimato in Calabria la nomina del commissario Santo Gioffrè, invece inconferibile per legge, insieme alla nomina del pensionato Giulio Carpentieri, che per la normativa non può affatto dirigere l’amministrazione dell’ospedale di Reggio Calabria. Inoltre, il governo ha confermato la nomina di Antonio Belcastro a commissario dell’ospedale universitario ‘Mater Domini’ di Catanzaro, il manager che alle telecamere di ‘Report’ dichiarò di non conoscere l’attività della fondazione di ricerca che dirigeva.

Tutto ciò – ecco l’assurdo – mentre, invece, per il ministro Marianna Madia, cui avevo da tempo sottoposto il caso, Gioffrè e Carpentieri devono tornare immediatamente a casa.

Ecco perché, ho annunciato, ci rivolgeremo anche alla magistratura.

 

 

Per approfondire, di seguito l’illustrazione dell’interpellanza sulle nomine abusive nella sanità calabrese:

 

Signor rappresentante del governo, colleghi deputati,

in Calabria la sanità è stata spesso gestita, dice la storia, a vantaggio di strutture criminali, lobbies e logge.

Nella mia terra il diritto alla salute è stato largamente piegato a profitti e interessi di gruppi di potere. Tante volte la spesa pubblica è servita a perseguire fini privati, piuttosto che a migliorare i servizi sanitari e a ridurre l’emigrazione verso gli ospedali del Nord.

Nel 2007 – in seguito alla morte dei minori Federica Monteleone, Flavio Scutellà ed Eva Ruscio – il governo proclamò l’emergenza sanitaria per la Calabria. Arrivarono soldi a palate e finanche una commissione ministeriale, che indicò formalmente i gravi mali della sanità calabrese: illegalità, condizionamento partitico della dirigenza, ‘ndrangheta, affarismo e impreparazione gestionale.

Fu dunque siglato un accordo di programma tra la Regione Calabria e il Ministero della Salute, finalizzato alla realizzazione di quattro nuovi ospedali; senza alcuna previsione di riorganizzazione del sistema per come richiesto dalla predetta commissione.

Piuttosto che rimuovere le cause vere della malasanità e dell’assurda morte di vari pazienti e dei giovanissimi Federica, Flavio ed Eva, la Regione e il Ministero concordarono una nuova, poderosa spesa pubblica, finanziata soprattutto con fondi della Protezione civile, la solita manna per affamati di denaro; si ricordi L’Aquila come paradigma – direbbe Hannah Arendt – di questo «male estremo».

L’emergenza sanitaria proseguì, in Calabria, consentendo, a quanto pare, anche la costruzione di un ospedale su un suolo venduto – come fece Totò con Fontana di Trevi – dalla Provincia di Reggio Calabria, che non ne era proprietaria, all’Azienda sanitaria reggina. Poi arrivò il piano di rientro dal debito sanitario, frutto dell’obbedienza canina dei vostri partiti agli ordini delle “mafie” bancarie che emettono moneta.

All’epoca fu nominato commissario ad acta il governatore regionale Giuseppe Scopelliti, nelle cui mani finì un potere senza precedenti in fatto di sanità; utilizzato per giochi soliti e per consentire, fra l’altro, all’Università di Catanzaro di ricevere un grattacielo di soldi pubblici, a prescindere dalle prestazioni erogate, per uno spreco di 30 mila euro al giorno che continua nel silenzio del vostro governo. Il personaggio in cerca d’autore fu poi condannato per falso, interdetto dai pubblici uffici e quindi decadde.

Proseguirono gli abusi, al punto che la giunta passata tentò – nonostante fosse in regime di prorogatio – di nominare propri accoliti ai vertici della sanità calabrese, nell’assenza del nuovo commissario alla sanità, che il governo Renzi rifiutò volutamente di nominare, diviso da beghe interne e interessi di partito.

Il Movimento Cinque stelle fece esposti, diffide e interrogazioni contro le porcherie nella sanità calabrese, dove il palazzo regionale agiva a piacimento, calpestando le leggi, il diritto e le altre istituzioni. Più spesso il governo si tappò le orecchie, chiuse gli occhi e si cucì la bocca, tutto preso dalle alleanze per le elezioni regionali del 2014 e per il dopo-elezioni.

Pertanto, non rispose a una sola delle nostre interrogazioni e rinviò il più possibile la nomina del sostituto di Scopelliti alla guida del rientro sanitario in Calabria.

Disbrigata questa pratica, arrivarono presto le regionali e il ministro Lorenzin girò la regione da cima a fondo, promettendo servizi alla Dottor House, riguardi e nuove assunzioni; accompagnata dal sodale Andrea Urbani, il fido subcommissario che denunciammo per assenza dal lavoro.

I frutti di quel magnifico tour elettorale del ministro Lorenzin li vediamo oggi, con l’ospedale di Melito Porto Salvo remunerato di posti letto e di reparti già chiusi per legge, come il Punto nascita, che aveva meno di 500 parti all’anno. Tutto ciò in virtù delle affinità elettorali, non elettive, coi senatori Ncd Nico D’Ascola e Giovanni Bilardi, lì delle popstar alle urne.

Contestualmente, però, quel lorenzinismo non servì – nominato il nuovo commissario Massimo Scura, nomen omen – a riaprire gli ospedali di Praia a Mare e Trebisacce, come invece stabilito da sentenze palmari della magistratura amministrativa.

La sanità calabrese continuò ad essere affossata e depredata, perché la sofferenza e disorganizzazione meridionale è sempre un affare, per romani o padani; come insegna la vicenda – già attenzionata dalla magistratura catanzarese – dell’intesa della Regione Calabria con Infrastrutture Lombarde (società in house della Regione Lombardia) per la realizzazione dei nuovi ospedali calabresi.

Il piano di rientro serve per ingrassare il revisore Kpmg, che nel frattempo – benché i conti della sanità siano quasi in pari, stando alle dichiarazioni del ministro Lorenzin – appare sempre più prezioso e indispensabile; non si capisce per quale mistero della fede.

Ecco, in un simile contesto sono arrivate nuove nomine di dirigenti sanitari da parte della giunta regionale, tanto per non farsi mancare nulla e per partecipare alla sfida del potere – politico e burocratico – a chi è più forte e cazzuto.

Se la verità non è opinabile o modificabile in relazione alle esigenze del momento, al «Tavolo Massicci» si precisò che nel caso di specie occorre sempre uno atto di recepimento da parte del commissario preposto al rientro sanitario.

Lo si può leggere in un articolo di Pietro Bellantoni del 9 dicembre u. s., pubblicato sul portale web della testata Il Corriere della Calabria, in merito alla nomina illegittima di Alessandro Moretti a dg dell’Asp di Cosenza. Lo disse Bruno Zito, il dg del dipartimento regionale tutela della Salute, ed è agli atti del Tavolo Massicci.

Mi auguro che il rappresentante del governo non la butti sull’ermeneutica, dicendo che abbiamo interpretato male quello scritto, che invece si riferiva, stando ai combinati disposti, a una fattispecie ben diversa da quella riguardante le nomine in argomento.

Se così facesse, il rappresentante del governo indosserebbe la maschera di Brighella o il naso di Pinocchio, mentendo con audacia come fece il tandem Lorenzin-Urbani sul futuro dei lavoratori della Fondazione Campanella, struttura che svuotò le casse della Regione Calabria col trasferimento di reparti dall’Università di Catanzaro, messi impropriamente a bilancio della stessa fondazione, nata col solo scopo di curare i pazienti oncologici e fare ricerca nel campo.

Siccome nella storia, diceva Vico, ci sono i corsi e i ricorsi, e in quella della Calabria – dico io – esistono le perenni ricorrenze, non si può non ricordare che tra i protagonisti del disastro alla Fondazione Campanella vi fu uno dei nuovi nominati, il dg Antonio Belcastro; quello che ai microfoni di Report rispose di non conoscere l’attività della struttura e di aspettare un attimo per rispondere a tema, il tempo di chiedere al piano di sopra.

Così, il nuovo commissario dell’Asp di Reggio Calabria è quel Santo Gioffrè cui per legge non poteva essere conferito l’incarico, stando all’articolo 8 del decreto legislativo n. 39 dell’8 aprile 2013, per il quale «gli incarichi di direttore generale, direttore sanitario e direttore amministrativo nelle aziende sanitarie locali non possono essere conferiti a coloro che nei cinque anni precedenti siano stati candidati in elezioni europee, nazionali, regionali e locali, in collegi elettorali che comprendano il territorio della ASL».

Gioffrè fu candidato a sindaco di Seminara nel 2013, comune che ricade nel territorio della stessa Asl. Di recente il commissario per il rientro, Massimo Scura, è andato nei suoi uffici, così legittimandolo. Eppure Scura se ne lavò le mani quando, lo scorso 31 marzo, gli sottoposi personalmente il caso d’inconferibilità, presente anche il predetto Urbani.

Ancora, il direttore amministrativo dell’Azienda ospedaliera di Reggio Calabria è il pensionato Giulio Carpentieri, che, benché non di diretta emanazione della giunta regionale, in quel posto non può stare per effetto della circolare Madia, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 37 del 14 febbraio 2015, e in forza della deliberazione della corte dei conti depositata il 21 novembre 2014.; anche laddove fosse in possesso di specifiche competenze in campo di amministrazione sanitaria.

La Corte dei conti, rammento, ha precisato in via preliminare che «le nuove previsioni dettate dall’articolo 6 del decreto-legge 90 del 2014 hanno quale antecedente l’articolo 25 della legge 724 del 1994 che, al dichiarato fine di garantire la trasparenza e l’imparzialità dell’azione amministrativa, vieta il conferimento al personale delle pubbliche amministrazioni cessato volontariamente dal servizio per l’ottenimento della pensione di anzianità, da parte dell’amministrazione di provenienza o di amministrazioni con le quali lo stesso personale ha avuto rapporti di lavoro o di impiego nei cinque anni precedenti a quello della cessazione dal servizio, di incarichi di consulenza, collaborazione, studio e ricerca».

Ci attendiamo, dunque, una risposta chiara e coerente dal governo, cui chiediamo se per le nomine discusse serva o meno un atto di recepimento da parte del commissario governativo, così come sempre avvenuto.

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