No ‘ndrangheta: il discorso di Nino De Masi alla catena umana

De Masi catena umana

Ieri, 3 maggio (2013), sono andata a Gioia Tauro per partecipare alla catena umana in favore dell’imprenditore Antonino De Masi (in foto a destra, nda), organizzata da Libera e Osservatorio sulla ‘ndrangheta. De Masi è stato attaccato terribilmente dai poteri criminali e da una criminalità più subdola, silenziosa e micidiale, quella dell’usura bancaria.

Come deputato, sto lavorando perché gli imprenditori vittima di usura bancaria abbiano tutele piene dallo Stato. Mi interessa che De Masi e tutti i suoi colleghi, i quali con onestà e sudore danno lavoro a centinaia di persone, vadano avanti nella sicurezza e con il pieno riconoscimento dei loro diritti. I loro sacrifici non possono perdersi e diventare, per assenza di vigilanza pubblica, finanziamenti non voluti a speculatori organizzati. La speculazione finanziaria (legalizzata) causa grave disoccupazione diretta e indiretta. Qui posto il discorso di ieri di De Masi, insieme al servizio video del tg Rai della Calabria.

Dalila NESCI

Il discorso di Antonino DE MASI

 Illustrissimi Signori, Autorità tutte, vi ringrazio di Cuore per la vostra presenza.

Ognuno di voi che oggi è qui  ha contribuito con la sola presenza a rafforzare la speranza di un cambiamento, e certamente a dare anche un segnale molto forte e chiaro della presenza dello Stato e cosa ancor più importante della Società civile; una società fatta da uomini e donne che vogliono riprendersi la libertà ed il diritto di vivere in una terra libera da vincoli, soprusi ed angherie, senza più padrini e padroni.

Grazie a nome mio e  di tutta la mia famiglia  dei miei dipendenti che forse possono ancora sperare in un domani lavorativo.

La mia famiglia ha dietro le spalle oltre 35 anni di lotte alla criminalità; era il dicembre del 1987 quando ai media  e subito dopo , davanti alle telecamere della Rai, abbiamo fatto le prime denunce pubbliche delle aggressioni mafiose subite. Così facendo abbiamo portato all’attenzione dell’opinione pubblica nazionale la violenza della ndrangheta, mettendoci la faccia in maniera forte e chiara. Siamo stati i primi in Italia ad aver chiuso l’azienda per mafia e quella vicenda creò molto scalpore per i servizi giornalistici fatti dall’allora direttore del TG2 Alberto La Volpe, dimostrando in tale vicenda anche il ruolo primario che possono avere i media in queste battaglie .

Quegli anni erano contrassegnati dai sequestri di persona e da un’assenza quasi  totale dello Stato; ebbene in quegli anni, in Calabria, un’azienda disse basta all’aggressione criminale, arrivando a chiudere. Ciò è stato un capitolo importante, certamente doloroso, della storia della mia famiglia sia per i sacrifici e le privazioni subite che per essere stati emarginati in quanto, avendo sempre denunciato, fummo considerati all’epoca e non solo dal tessuto sociale  degli “infami”.

Rammento alcuni episodi al riguardo che riaffiorano alla mente. Episodi che danno il senso di alcune cose, come quando, con noi figli ancora piccoli, mio padre portò a casa, di ritorno dalla Fiera del Levante di Bari, che era la più importante manifestazione fieristica d’Italia, una piccola scimmietta. Quell’animaletto era la gioia di noi 5 figli ma l’arrivo della scimmietta è stato seguito da una lettera estorsiva che diceva testualmente: “tu hai la scimmietta e noi moriamo di fame, portaci i soldi sotto la pietra del mulino”. Mio padre lo fece, ma avvertendo prima i carabinieri che arrestarono gli estortori con i soldi in mano. Ricordo quest’episodio come fosse ieri, anche perché in quel periodo mio padre era a letto malato, e due grandi marescialli dell’arma raccolsero la denuncia ed agirono subito. Questo è avvenuto circa 37 anni fa non al nord ma nel sud  in Calabria a Rizziconi .

Negli anni successivi poi, sempre in presenza di lettere anonime con richieste di danaro e nostre denunce, i carabinieri prepararono la confezione con il denaro utilizzando i primi segnalatori, che in quell’occasione si danneggiarono a causa delle vibrazione del frigo sul quale l’estortore poggiò il pacco. Per non parlare delle intimidazioni subite facendoci trovare la dinamite sul tavolo ed i fiammiferi a lato  ed i diversi attentati  dinamitardi subiti. Potrei raccontarne decine di queste storie come numerosi sono i volti di questi criminali che ci hanno rovinato la vita facendoci vivere privati del valore primario della libertà.

Questa è una parte della storia della famiglia De Masi in questa terra dove 40 anni fa parlare di legalità era come bestemmiare in chiesa.

Io ed i miei fratelli siamo stati educati e cresciuti in questo contesto, passando notti con mio fratello sul balcone di casa, o dormendo all’aperto su un materassino, con il fucile sottobraccio a fare la guardia. In quegli anni ricordo bene come tenevamo in casa i fucili in bella vista perché così facendo chiunque fosse venuto avrebbe avuto ben chiaro il fatto che non avevamo paura delle minacce.

Dal dicembre del 1987 alla sera del 12 aprile del 2013 sono cambiate molte cose.

All’epoca la posta in gioco era l’estorsione criminale: volevano i soldi, volevano rubare il frutto del nostro lavoro. All’epoca abbiamo risposto con un braccio di ferro molto duro e resistito, in quanto era difficile che per una mancata estorsione ti ammazzassero.

Oggi quello che è successo è tutt’altra cosa.

Chi conosce la tipica escalation dell’aggressione criminale sa bene che dietro 44 colpi di Kalashnikov e due proiettili a terra inesplosi, non c’è una semplice estorsione, ma molto di più, qui infatti l’intimidazione subita è partita dal massimo livello, con l’impiego dell’arma militare, per far capire che il prossimo obiettivo potrebbe essere la tua vita .

Questo messaggio credo sia chiaro a tutti e di fronte a ciò siamo chiamati ad essere razionali, al di là di avere coraggio o meno.

Nei primi giorni è prevalsa in me non la rabbia, l’odio o sentimenti analoghi, ma la ragione e la rassegnazione, e per questo motivo ho detto ai media che il messaggio è stato recepito, e che lo stesso era stato chiaro e forte. E’ stato un momento di grande sconforto ed amarezza e forse anche di voglia di gettare la spugna, ma il guardarmi intorno e vedere i volti di tanta gente, i nostri lavoratori e le loro famiglie, gli attestati di stima e solidarietà ricevuti, la vicinanza concreta, autorevole ed intelligente dello Stato in tutte le sue forme, i richiami ai miei doveri di imprenditore e certamente il mio carattere, la mia rabbia e la consapevolezza che in gioco sono valori primari come la libertà ed il futuro di tutti, mi hanno portato, ci hanno portato insieme, a dire: “andiamo avanti”.

Noi tutti, la mia famiglia, siamo qui a metterci la faccia per dire che continueremo il nostro lavoro, stiamo qui dicendo con forza di lasciarci in pace perché noi vogliamo lavorare, fare impresa e far crescere le aziende per contribuire a dare un futuro a questa terra disgraziata. Io non ho paura, noi non abbiamo paura; noi siamo qui, come hanno fatto i nostri antenati partigiani, a combattere una lotta per la liberazione di questa terra da quei padrini che l’hanno massacrata, che hanno distrutto il futuro dei nostri e vostri figli.

De Masi è e vuole continuare ad essere il  nome di una famiglia di imprenditori che fa impresa e crea occupazione nel nome della “legalità” vissuta e praticata e della vicinanza allo Stato.

Io credo che al di là delle autorevoli presenze e delle gravissime assenze, oggi la posta in gioco è altissima; noi non possiamo perdere, questa battaglia deve avere un solo ed unico risultato, la vittoria! Credo che stare al fianco delle aziende sia un fatto importante e determinante e forse oggi proprio da qui può avere origine quella rivoluzione culturale che in Sicilia, anche partendo dal mondo delle imprese, ha cambiato le cose.

Finisco questo mio intervento, ringraziando di cuore tutti: le forze dell’ordine tutte, il Procuratore di Reggio Calabria Cafiero De Raho, S.E il Prefetto Piscitelli , il Questore Dr Longo ed in modo particolare il Col. Falferi e tutti i suoi uomini, il Capitano Cinnirella, ed a il Ten. Ceccagnoli  e gli uomini della scorta e l’autorevolissima presenza degli uomini dell’Esercito italiano qui rappresentato dal comando logistico di proiezione agli ordine del Col. Francesco Cardone.

Un Grazie particolare va poi a Libera, a don Luigi Ciotti ed all’Osservatorio sulla n’drangheta rappresentato da Claudio La Camera.

Poi io non sarei qui se non avessi avuto la presenza al mio fianco di Don Pino De Masi a cui molto devo, sia per avermi sopportato con le mie ansie ed angosce che per avermi sempre dato la speranza e la fiducia. Da cattolico credo che la Chiesa, in territori difficili come il nostro, debba riprendersi la missione di “condurre il gregge” sulla dritta via, ed uomini come don Pino sono l’esempio concreto dell’agire.

Don Pino tu hai rappresentato per me la strada ed il punto di rifermento, grazie di tutto e scusami.

Infine una parola la debbo a tutti i miei familiari che con la mia caparbietà ho spinto ad un forte coinvolgimento, forse oltre il dovuto.

Grazie ancora a tutti.

 

 

 

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