Parlamento, Letta come Berlusconi: le prove video

 

Il testo dell’intervento

Signor Presidente, colleghi Deputati,

le tante manifestazioni degli autunni 2010 e 2011 mostrarono la crisi della politica, sfiduciata dai suoi atteggiamenti di distanza dal popolo e dai problemi dell’Italia.

Il palazzo, di pasoliniana memoria, appariva blindato nelle sue procedure e privilegi: il potere rappresentava se stesso in modo arrogante, certo dell’impunità dei suoi membri e della paura, dell’angoscia, della subordinazione indotta all’esterno; in quella piazza di sofferenze profonde, ingiustizie laceranti e bisogni urgenti, urlati con le corde dell’anima.

Metalmeccanici, studenti, operai, poliziotti, imprenditori agricoli, disabili, precari della scuola, ricercatori, docenti universitari, lavoratori dello spettacolo, familiari di vittime di mafia, testimoni di giustizia, disoccupati, esodati, vincitori di concorsi pubblici mai collocati e altri ancora protestarono per l’assenza dello Stato; indifferente, sordo, ambiguo e perfino cinico.

Uno Stato organizzato secondo principi costituzionali; secondo la divisione dei poteri tipica delle democrazie avanzate; secondo garanzie di rappresentanza, tuttavia disattese con una legge elettorale abusiva e funzionale a “divaricare” eletti ed elettori, istituzioni e cittadini, con l’aggravante che il parlamentare non deve risposte a nessuno, se non al capo del proprio partito, pure finanziato da faccendieri e scommettitori di professione.

Inoltre, mentre il Paese affondava per causa di un sistema di destrutturazione del diritto, di tradimento degli enunciati della Costituzione e rafforzamento di istituti altri dalla politica – ovvero economici, finanziari, bancari – verso obiettivi privati e spesso illeciti, il parlamento veniva impegnato per questioni personali, per provvedimenti cuciti addosso a uno, ad amici o a compari degli amici. Anche la trasparenza, la misura, la pudicizia, il senso delle istituzioni e il rispetto delle regole subivano il peggiore calpestamento dalla nascita della Repubblica, con la promozione di atti e atteggiamenti contrari, spacciati per valori. Mi riferisco all’occultamento perpetuo della verità, alla violenza rivolta all’opposizione democratica, alla menzogna come gioco, barzelletta e finanche passatempo.

Oggi chi contrastava tale cultura della morte morale e civile dell’Italia, che ebbe nella distruzione della scuola pubblica il passaggio decisivo, governa e decide insieme agli artefici dell’affossamento; insieme ai suoi ideatori, ai sostenitori ammutoliti per sordido opportunismo.

Oggi chi dava lezioni di etica, di legittimità e assetto costituzionale, ha acquisito una leggerezza straordinaria!

Mi spiego: ripetendo in maniera pappagallesca la formula «interessi nazionali», “responsabilità” consente ogni forzatura possibile, ammantata con il crisma delle procedure.

Il Presidente del Consiglio Letta stava dall’altra parte, anche se da moderato. Gli italiani ricordano i suoi moniti, i suoi discorsi, i suoi interventi pubblici sulla funzione del parlamento, adesso ridotto a «non luogo», parafrasando Marc Augé. Ma esiste la rete, che è un libro aperto, per fortuna impossibile da bruciare. La rete è memoria e, soprattutto, fa memoria.

Perciò non si comprende, se non ammettendo che il Presidente Letta ha avviato la nuova stagione di blindatura del palazzo, le sue contraddizioni. Non si comprende la sua indisponibilità, come primo ministro, ad ascoltare le argomentazioni del Movimento Cinque Stelle, che è stato scelto da una parte importante del Paese, stanca degli accordi segreti, del trasversalismo interessato, della corruzione in larghi settori dello Stato, delle ruberie nei partiti, delle spese folli a palazzo, dell’esibizionismo e dell’inconcludenza dei governatori; per tutte cito la tragedia di L’Aquila, seguita da uno spettacolo di volgare tronfiezza di chi gestì quell’emergenza.

Non avete capito, colleghi della maggioranza, che il popolo non si inganna. Il popolo ha eletto un parlamento, sia pure con la brutta legge che vi siete fatti e che non avete cambiato. Questo parlamento deve lavorare.

Noi abbiamo presentato una montagna di emendamenti, perché il Decreto del fare privilegia certi poteri ed è privo di omogeneità di contenuti. In un altro Paese non l’avreste mai approvato.

Avete agito esautorando il parlamento, così come faceva il Presidente Berlusconi con la sua maggioranza di ferro.

Colleghi della maggioranza, siete uniti da una comunanza di interessi, di scopi e soprattutto di metodo. Non ammettete il confronto parlamentare e non lo ammetterete mai.

L’Italia si prepari, dunque, a scelte adottate con questo criterio antidemocratico e pericoloso.

Questo testo di legge del fare è per voi una sorta di esperimento. La prova di forza che state attuando vi servirà ad accelerare i tempi per modificare l’articolo 138 della Costituzione, stravolgendone l’impianto con l’istituzione di un comitato parlamentare di saggi che appronterà le riforme costituzionali, le quali sperate di approvare alleggerendo la specifica procedura di revisione.

Tutto questo bel progetto inizierete subito, fra gli echi della Giornata mondiale della Gioventù e il sole e il mare dell’estate trasmessi in tv.

Non è bastata l’esperienza berlusconiana a persuadère i partiti che non possono essere servitori di interessi e logiche estranee al popolo. Non è bastato il fallimento della tecnocrazia montiana, disumana e illegittima, a convincere i maggiorenti di palazzo che è giunto il momento di ripensare tutto il sistema.

Non sono bastate le continue istanze di partecipazione, inviate e ripetute dai cittadini, per convincervi, colleghi della maggioranza, a cambiare registro, metodo.

È proprio il vostro metodo, totalmente al di fuori del concetto di democrazia, che ci porta a votare contro l’intero Decreto del fare, concepito senza discussione vera, senza confronto, senza i tempi necessari a dirimere i numerosi nodi presenti.

Sarebbe stato importante dibattere, per esempio, di trasparenza sull’Expo, di cui il decreto si occupa. Sarebbe stato importante affrontare con le giuste riflessioni i gravi problemi legati alle bonifiche, alla tutela dell’ambiente, alla funzione sociale della maternità, alla semplificazione in materia di lavoro e, sempre per esempio, al Sistema Informativo Trapianti, per cui si poteva prevedere già da ora la manifestazione di volontà per il dissenso, piuttosto che per il consenso.

Per tutte le ragioni espresse, il nostro voto non può che essere fermamente contrario, con l’auspicio che trarrete un messaggio dai nostri richiami al vostro metodo di indifferenza. Indifferenza rispetto alla grammatica e alla pratica della democrazia, che produrrà altra sfiducia popolare, con danno irreparabile per le istituzioni e per il futuro del Paese.

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