Peppino Impastato è vivo e lotta insieme a noi

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Peppino Impastato è tra i giovani. Parla, lotta, vive. Oggi l’anniversario della morte, avvenuta nel ’78, lo stesso giorno di Aldo Moro. L’esempio antimafioso di Peppino non fugge né sfugge. I ragazzi che lo conoscono – specie tramite il film I cento passi, di Marco Tullio Giordana – ne rimangono toccati. Chi incontra Peppino non lo scorda. «Non lo hanno dimenticato», diceva la madre Felicia ai funerali. E ci sono dei motivi, che cercherò in breve di spiegare.

di Dalila NESCI

Ragazzo di provincia, unì il coraggio alla fantasia, all’inventiva. Non gl’importava il successo, l’immagine, l’arena televisiva. Peppino aveva in mente e nel cuore la sua Cinisi, in quel lembo di terra bruciata che porta a Palermo, sulla via dove saltarono a brandelli Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della scorta, il 23 maggio ‘92.

Peppino sapeva che la mafia non avrebbe permesso sviluppo. Ne intuì pure il costante radicamento e le trasformazioni che essa avrebbe subito. Legò la lotta per l’emancipazione al riscatto individuale e collettivo. Ne fece un fatto di classe e di popolo, di libertà e progresso, in un angolo di mondo con le sue logiche, dominato da una cultura mafiosa, intrisa di paure, rassegnazione, vincoli parentali.

Peppino compì uno sforzo fuori d’ogni immaginazione, venendo da famiglia coinvolta, sommessa al codice d’onore. Guardò ai bisogni della sua terra, che considerò il suo mondo anche quando arrivarono stimoli di più vasto respiro: i temi transnazionali di allora sulla libertà e parità sessuale. Peppino si concentrò su un programma locale: recuperare il ruolo e il valore della parola, attraverso la denuncia e la satira divertita; controllare i “galantuomini” da vicino, nella posizione di consigliere comunale.

Proprio il controllo politico non fu tollerato: il boss Tano Badalamenti sapeva che cosa avrebbe comportato l’elezione di Peppino, che in Comune avrebbe condotto un’opposizione durissima e aggregato altri giovani, svegliato altre coscienze. Così gli mandò i sicari.

Peppino è vivo perché non subì il fascino di una globalizzazione già in corso, che spesso disperde la passione, distoglie dalla lotta per la giustizia e inculca nelle masse l’illusione della ricchezza consumistica. Peppino è vivo perché non partì mai dalla sua terra, né fisicamente né con le idee, lottando sino all’ultimo per la sua gente, in parte mafiosa, in parte stritolata dalla mafia.

Peppino era e resta un siciliano. Solo un’anima del Sud, indipendentemente da nascita e residenza, può essere così generosa, così alta, così profonda.

Peppino e la bellezza

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