Promemoria elettorale: condannati e riciclati nelle liste calabresi

liste-elettorali 12I partiti continuano ad agire come nulla fosse: il presidente della Regione Calabria, Giuseppe Scopelliti (accusato nell’inchiesta su Orsola Fallara e per la nomina di Alessandra Sarlo a capo del dipartimento regionale Controlli, nonché politicamente coinvolto nel fallimento del Comune di Reggio Calabriasciolto per mafia e a un passo dal dissesto), sta lavorando – che fatica! – a una lista dei governatori. Nel progetto elettorale ci sono anche il condannato Michele Iorio, artefice della distruzione del Molise, Stefano Caldoro, omologo in Campania, già coinvolto nell’inchiesta napoletana sui rifiuti, e Raffaele Lombardo, protagonista del tracollo della Sicilia, prima che presunto associato a Cosa nostra.

di Dalila NESCI

Oggi la stampa ha aperto con la clonazione dei simboli delle liste, altra truffa dei partiti, privi di limiti, di morale e di senso della politica. Niente di straordinario, dunque, benché simili notizie suscitino ancora un certo stupore.

Siamo stati strozzati da tasse e licenziamenti, gabbati dai ricatti dell’Europa, oppressi dallo spread e derubati dai Lusi di ogni casa. Siamo stanchi e, soprattutto, motivati, consapevoli dei giochi, delle finzioni dei partiti, i quali credono di cavarsela in due modi:

1) con i soliti trucchi elettorali; 2) piazzando in lista noti opportunisti, che hanno badato ai loro affari e alle clientele, con cui hanno consolidato le riserve personali di voti.

Così, nel vuoto di proposte, energie e trasparenza, i partiti continuano ad agire come nulla fosse: il presidente della Regione Calabria, Giuseppe Scopelliti (accusato nell’inchiesta su Orsola Fallara e per la nomina di Alessandra Sarlo a capo del dipartimento regionale Controlli, nonché politicamente coinvolto nel fallimento del Comune di Reggio Calabriasciolto per mafia e a un passo dal dissesto), sta lavorando – che fatica! – a una lista dei governatori. Nel progetto elettorale ci sono anche il condannato Michele Iorio, artefice della distruzione del Molise, Stefano Caldoro, omologo in Campania, già coinvolto nell’inchiesta napoletana sui rifiuti, e Raffaele Lombardo, protagonista del tracollo della Sicilia, prima che presunto associato a Cosa nostra.

L’ex governatore calabrese Agazio Loiero – che solo nel luglio scorso assunse la guida del Movimento per le autonomie, ora tornato nell’orbita di Berlusconi – è già passato sul carro del Pd. Gli è bastato consegnare i suoi voti a Bruno Tabacci, alle primarie d’apparato del centrosinistra. Piero Grasso, ex capo della Direzione nazionale antimafia, si scandalizzerà o si mostrerà “omertoso”? Vedremo, dato che, con la candidatura dell’ex magistrato, Pierluigi Bersani tenta di rimediare alla vergogna di Filippo Penati, già suo segretario politico e accusato di «gravissimi episodi di corruzione» dalla Procura di Monza. Per completezza, Loiero è stato condannato in appello per abuso d’ufficio; i fatti contestati riguardano il lungo periodo dei miliardi europei per lo sviluppo della Calabria, drenati altrove, secondo le risultanze investigative.

Queste sono le grandi novità, le premesse, le credenziali con cui i partiti si presentano al giudizio degli elettori, esibendo volti televisivi come la sindachessa di Isola Capo Rizzuto (Crotone) Carolina Girasole, ufficialmente candidata con Monti alla Camera; nonostante gli appelli alla coerenza, a continuare il suo compito in un comune storicamente provato dalla ‘ndrangheta e bisognoso di esempi antimafia reali.

La Calabria è nelle mani di alcune famiglie, quelle mafiose e quelle politiche. Delle prime si è scritto a dovere: il magistrato Nicola Gratteri e lo studioso Antonio Nicaso ne hanno tracciato una buona mappa nel libro Fratelli di sangue. Delle seconde, invece, si sa ma non si dice. Alcuni esempi concreti: i Gentile (Pdl) e gli Adamo (Pd) a Cosenza, i Principe (Pd) a Rende (Cosenza), i Tripodi (Rivoluzione civile) a Polistena (Reggio Calabria), i cangianti Sculco a Crotone, i Pirillo (Pd) ad Amantea (Cosenza), i Trematerra (Udc) ad Acri (Cosenza). I loro voti passano come cose dal padre al figlio, da fratello a fratello, dal marito alla moglie, dallo zio al nipote o a prestanome, ad alleati con cui negoziare.

Le idee e i programmi sono un orpello: a queste caste non interessa né l’appartenenza, che cambia in base ai calcoli, né la faccia. E la faccia non è un problema che i partiti si pongono; soprattutto l’Udc, che in Calabria regge il governo Scopelliti, a cui presenta puntualmente il conto, mentre altrove s’accomoda, secondo convenienza, con il Pd o con i montiani sanguisuga della finanza, benedetti dal cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei.

Questo è il quadro delle prossime elezioni. La scelta è tra famelici camaleonti familisti, inseriti da decenni nel sistema che ha rovinato l’Italia, e i candidati del Movimento Cinquestelle, con la voglia, la passione e il programma del cambiamento. Anzitutto l’incandidabilità degl’immorali e dei riciclati, che hanno fatto della politica il luogo della delinquenza legalizzata.

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