Proposte 5stelle alla presentazione dell’Osservatorio nazionale sulle case di riposo

Martedì 24 ottobre ho partecipato, alla Camera, alla presentazione dell’Osservatorio nazionale del Sindacato Pensionati Italiani, della Cgil, sulle Case di riposo. Si tratta di uno strumento utile quanto importante, che chiama in causa la politica, obbligandola a riflettere sul futuro dell’assistenza ai non autosufficienti.

 

Sono intervenuta all’appuntamento osservando, in primo luogo, che la società si è trasformata, anzitutto nel sistema della produzione. L’avanzamento tecnologico ha comportato una drastica diminuzione dei posti di lavoro, benché in potenza e in teoria ve ne siano di nuovi, come dimostrano studi specifici, tra cui uno promosso dal Movimento 5stelle, dal titolo «Lavoro 2025».

Oggi assistiamo a un aumento generale della disoccupazione, mascherato dalle statistiche ufficiali, che includono lavoratori precari e destinatari di misure di sostegno al reddito, inefficaci quanto transitorie. A ciò si aggiunga che il computo del valore della produzione annua, corrispondente al cosiddetto «Prodotto interno lordo», include i proventi da attività illecite, anche di matrice criminale. È chiaro, dunque, che i numeri sono volutamente alterati, a beneficio della retorica e della demagogia del potere esecutivo, sempre più lontano dal bene comune. Negli anni del blocco transnazionale contro il nuovo capitalismo devastante, per esempio rappresentato dal «popolo di Seattle», in Italia – e non solo – echeggiava il dibattito sulla riduzione dell’orario di lavoro come risposta al crescente impiego delle macchine automatizzate e alla derivante perdita di posti nei settori industriali. Era il periodo dello sviluppo delle tecnologie di rete, della crescita di società operanti nel settore e della coscienza dell’imperiosa avanzata della globalizzazione, celebrata dal volume Impero, scritto da Antonio Negri e Michael Hardt.

 

Il liberismo ebbe la meglio su quell’impostazione economica alternativa, volta a ottenere una redistribuzione di risorse e salari e a promuovere modelli di vita più umani, grazie a una maggiore disponibilità di tempo pro capite.

 

Nel contesto si è inserita l’azione politica del Movimento 5stelle, basata sui concetti chiave – come ha ricordato Beppe Grillo nella prefazione del volume Web Ergo Sum, di Gianroberto Casaleggio – di «webcasting, democrazia diretta, chatterbot, wiki, downshifting, usability, oggetti di interazione digitale, social network, legge di Reed, intranet e copyleft».

 

La filosofia 5stelle ha posto al centro alcuni obiettivi primari dimenticati – nella prima decade del nuovo millennio – sotto i colpi dell’incalzante speculazione finanziaria sfociata nella vicenda dei derivati, della crisi dei mutui subprime e dell’instabilità dei conti pubblici dei Paesi dell’euro. Mi riferisco a obiettivi come vivibilità urbana, ritorno al rapporto simbiotico con l’ambiente, impegno ecologico (anche nell’impresa), investimento nella cultura, nella conoscenza, nella cittadinanza attiva e nella condivisione democratica.

 

Nel tempo in Europa si è affermato un accentramento di poteri in capo alle strutture del sistema monetario, col quale è stata cancellata l’idea, originaria, dell’unificazione culturale e politica dei popoli, ampliando gli spazi di dominio burocratico sulle scelte di politica economica e restringendo l’attività dei governi statali a ragioneria sugli equilibri di finanza pubblica. Da qui – e dall’introduzione del Meccanismo europeo di stabilizzazione della finanza pubblica, del pareggio di bilancio in Costituzione e del Fiscal compact – un innalzamento vorticoso delle tasse, controbilanciato, soltanto in apparenza, dal miraggio dei fondi europei, subordinati a procedure molto complesse e dunque inadeguati a creare occupazione; tanto nell’ambito delle nuove tecnologie, quanto in quello della difesa dei diritti fondamentali – su tutti la salute – e dei beni culturali, paesaggistici e architettonici.

 

Il Movimento 5stelle è stato – ed è – la sintesi di una ben diversa aspirazione collettiva; legata anche, e soprattutto, alle potenzialità della rete. Alla schiavizzazione dei lavoratori, accentuata dallo smantellamento delle tutele e delle certezze – per esempio mediante il Jobs Act e i voucher – il Movimento 5stelle ha opposto alternative possibili, a partire dal «reddito universale di cittadinanza», essenziale per ricostruire un tessuto politico ed economico capace di assicurare un futuro migliore alla comunità, integrando sviluppo sostenibile, recupero dell’istruzione, della cultura e dei beni immateriali, nonché l’utilizzo delle nuove tecnologie come strumenti di resistenza ed emancipazione democratica.

 

Il riferito cambiamento della produzione, accompagnato dalla nefasta riforma delle pensioni targata Fornero-Monti, ha determinato tre conseguenze: 1) un indebolimento spaventoso del sistema previdenziale; 2) la riduzione dei salari (nonché della relativa quota previdenziale) e del lavoro ad attività finalizzata alla pura sopravvivenza; 3) l’aumento delle patologie, anche per il crescente sfruttamento del lavoro e per l’allungamento dell’età pensionabile.

 

La precarietà, l’inadeguatezza dei redditi, l’indisponibilità di tempo e l’obbligo di lavorare per tirare avanti sono elementi distintivi di un capitalismo finanziario che ha minato il ruolo di assistenza della famiglia e smantellato lo Stato sociale, privandolo di risorse e strutture. Da qui il ricorso obbligato per i non autosufficienti, in larga parte anziani, alle Case di riposo, su cui il Sindacato Pensionati Italiani della Cgil ha fornito dati significativi.

 

Lo SPI CGIL ha informato che dai suoi rilievi – cito – l’«analisi della ragione giuridica, dato disponibile per 3.430 residenze, si evince come solo quasi il 14% di queste siano a carattere pubblico, direttamente gestite dai Comuni, o da associazioni/consorzi di questi, dalle Aziende Sanitarie o, ancora, da Aziende Pubbliche di Servizi alla Persona (Asp)».

 

Ha proseguito lo SPI CGIL: «All’interno del settore privato le strutture che presentano le rette massime più elevate sono le residenze dell’area profit che in oltre la metà dei casi (53,6%) presentano rette superiori agli 80 euro giornalieri. Seguono – sebbene a distanza – le Cooperative (40,6%), le Fondazioni (38,3%) e gli Enti Religiosi (38,1%). All’opposto, tra le Onlus e le Associazioni la quota di strutture con rette particolarmente elevate (superiori agli 80 euro giornalieri) risulta decisamente minore (rispettivamente, 25,9% e 30,8%)».

 

Ancora, lo SPI CGIL ha avvertito di «rischi sociali alti». «Basti pensareha sottolineato il sindacatoche solo nel periodo gennaio-luglio 2016, in base ai dati rilasciati dal ministero della Salute su 1.647 controlli in strutture (pubbliche e private) per anziani sono state rilevate 472 (28%) non conformità: mancanza di autorizzazione, maltrattamenti, esercizio abusivo della professione sanitaria, abbandono d’incapace, inadeguatezze strutturali ed assistenziali le violazioni più frequenti».

 

Poi il Sindacato ha documentato una disparità tra Nord e Sud del Paese. «Vediamo – ha proseguito lo SPI – per quanto riguarda alcuni servizi specifici, che le residenze censite nel Meridione comunicano per il 17% di erogare assistenza medica di base, contro il 47% delle residenze al Nord-Ovest, per il 16% di svolgere attività di animazione e solo il 5% dichiara direttamente di avere nel programma della giornata dei momenti e delle attività da dedicare alla lettura e alla cultura (teatro, cinema, laboratori…); nel Nord-Ovest gli stessi servizi vengono dichiarati disponibili rispettivamente per il 44% e 65%».

 

Altro dato di differenza tra Nord e Sud riguarda la pubblicazione della Carta dei Servizi. A questo riguardo, ha precisato lo SPI CGIL:

 

«Le residenze a livello nazionale che (…) pubblicano la Carta dei Servizi risultano essere solamente 1448 (il 38%). La differenza territoriale è spiegata in parte dal fatto che nel Nord-Ovest più della metà delle residenze pubblica la carta dei servizi, mentre nel Nord-Est solo una su quattro, nel Centro il 14% delle residenze e al Sud e Isole il 13% circa».

 

Il recente esame della Nota di aggiornamento al DEF ha fatto emergere un dato ovvio: l’andamento della spesa sanitaria sarà indissolubilmente legato all’aumento dell’età ed inciderà sensibilmente sul PIL.

 

La medesima Nota di aggiornamento ha confermato inoltre un ritardo nelle azioni programmate del Ministero della salute, ritardo certificato anche in altri documento del Governo, recentemente esaminati: il rendiconto del 2016 e l’assestamento per il 2017.

 

Sul rendiconto 2016 proprio la Corte dei Conti, nel suo giudizio di parificazione, ha messo in evidenza diffusi ritardi proprio nelle politiche sociali, in riferimento alle azioni programmate per la famiglia ed anche il Fondo per le non autosufficienza registra un rilevante ritardo nei trasferimenti alle regioni oltreché una riduzione nelle assegnazioni definitive.

 

Con una recente interrogazione abbiamo chiesto conto di questi ritardi. I dubbi e i timori espressi nella nostra interrogazione sono più che legittimi, tenuto conto delle vicissitudini recenti sui fondi delle politiche sociali e per le non autosufficienze, le cui risorse sono state tolte e reinserite con un indecoroso balletto di annunci e “aggiustamenti”. Il fondo per le non autosufficienze era stato aumentato, è bene ricordarlo, anche grazie al M5S, dopo che negli anni pregressi aveva subito tagli drastici e insostenibili.

 

Non è più procrastinabile un radicale ripensamento del modello di assistenza sanitaria e sociosanitaria che tenga conto del quadro demografico attuale e futuro.

 

È necessario concentrare ogni sforzo sull’assistenza territoriale, garantire nel lungo termine una rete di medici di medicina generale e di assistenza infermieristica domiciliare che sia congrua nel fabbisogno e nella formazione.

 

Il decreto Balduzzi aveva prospettato la necessità di ripensare l’assistenza territoriale, ma con un vulnus enorme o vizio di fondo, correlato alla ratio sottostante al decreto: la spending review.

 

Si è di fatto assistito a un progressivo smantellamento della sanità pubblica senza che venissero preventivamente garantite le alternative, soprattutto per le non autosufficienze, che continuano ad essere gestite soprattutto dalle famiglie e dalla rete delle residenze convenzionate o private il cui accreditamento o convenzionamento non appare uniforme su tutto il territorio nazionale, determinando in svariati casi, passati agli onori delle cronache, situazioni di carenze assistenziali gravissime se non, addirittura, di veri e propri abusi e soprusi.

 

Oggi sono oltre tre milioni le persone non autosufficienti e non è più accettabile che le famiglie siano lasciate da sole. È indispensabile garantire le cure e l’assistenza territoriale e domiciliare, favorendo prioritariamente il mantenimento al domicilio dei malati non autosufficienti.

 

L’Italia è incredibilmente indietro nel riprogettare un sistema di servizi pubblici per l’assistenza agli anziani non autosufficienti. In Europa, invece, altri Paesi si sono mossi per tempo. La Francia ad esempio ha introdotto il sussidio per l’autonomia già dal 2002 ed anche la Spagna, già nel 2006, è intervenuta sulla promozione dell’autonomia personale.

 

In Italia è ancora elevata una frammentazione delle politiche sociali ed è rilevante una sperequazione regionale che se da un lato fa registrare talune virtuosità nel Centro-Nord dall’altro segna, soprattutto al Sud, una situazione in taluni casi drammatica.

 

La sperequazione è amplificata anche dall’assenza di qualsiasi tipo di monitoraggio o di convergenza delle informazioni disponibili. Non è possibile avere un quadro esaustivo delle politiche poste in essere in ordine sparso.

 

Non è più procrastinabile un intervento organico sugli anziani non autosufficienti e il nostro progetto passa per i seguenti punti:

 

  • piena operatività del sistema informativo e dell’attività di monitoraggio;
  • risorse ulteriori al Fondo per le non autosufficienze;
  • implementazione dell’assistenza domiciliare integrata;
  • rimodulazione dell’assistenza, favorendo la permanenza dell’anziano nel proprio domicilio e nel proprio contesto socio-relazionale;
  • disciplina del caregiver familiare;
  • revisione del sistema residenziale e semiresidenziale attraverso: un sistema di accreditamento e di monitoraggio che sia uniforme sull’intero territorio nazionale, la definizione di standard assistenziali di qualità e l’implementazione di comunità alloggio di tipo abitativo.

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