Tecnocrazia e Mes: le offese dell’economista Borghi

Borghi

L’economista Claudio Borghi (in foto, nda) professore incaricato all’Università Cattolica, sta facendo un gran casino per una mia interrogazione in Vigilanza Rai riguardo a sue dichiarazioni nella trasmissione della terza rete Agorà. Prescindo dall’aura professorale con cui mi tratta e mi offende e vado alla sostanza.

di Dalila NESCI

A mio avviso, le sue dichiarazioni, che io ho contestato nell’interrogazione, non dicono che cosa comporta il fiscal compact e, al contrario, generano confusione sull’argomento, che non è noto alle persone comuni, che vivono di lavoro subordinato, di pensioni o di aiuti familiari.

Naturalmente, a Borghi non importa tanto della gente comune, come a molti altri tecnici dell’economia, disciplina non scientifica in senso stretto.

Ma andiamo ai fatti, che il sistema tenta di mascherare o confondere grazie a saperi specifici, paroloni e teorie supponenti di suoi tecnici e comunicatori.

«Il fiscal compact, informo Grillo, non è ancora entrato in vigore. Per noi entrerà in vigore forse nel 2016». Con queste parole Borghi, durante la trasmissione di «Agorà» dello scorso 19 marzo, ha criticato il programma del M5S per le europee che prevede, tra le altre cose, anche l’abolizione del fiscal compact.

Ora Borghi, con toni tronfi e altezzosi, critica me («apra bene le orecchie», dice) per l’interrogazione che ho presentato a riguardo in Vigilanza Rai (che, peraltro, verte anche sui «gravi silenzi» della Rai sulle rigide politiche europee), ricordandomi che la regola del debito entra in vigore tre anni dopo la chiusura della procedura. L’economista crede, probabilmente, che tale materia sia accessibile soltanto a lui e a nessun altro. Quasi come se la sua fosse un conoscenza esoterica e non per tutti. Il punto, invece, è proprio un altro: l’affermazione di Borghi era assolutamente equivoca e, detta in televisione, lasciava trasparire che il fiscal compact non fosse mai stato approvato. Falsissimo, dato che è entrato in vigore dal primo gennaio 2014 ed ha portato – cosa alquanto grave e contro cui ci battiamo e ci batteremo, piaccia o meno a Borghi – anche all’introduzione del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale.

Senza dimenticare un altro aspetto: l’articolo 4 del trattato che ha istituito il fiscal compact prevede che quando il rapporto tra il debito pubblico e il prodotto interno lordo di uno Stato supera il valore di riferimento del 60%, tale Stato dovrà operare una riduzione a un ritmo medio di un ventesimo all’anno, cosa che per l’Italia vorrebbe dire un aggravio insostenibile. Ora, è senz’altro vero che la regola del debito entra in vigore tre anni dopo la chiusura della procedura. Ma è anche vero – e Borghi dovrebbe saperlo – che le ultime politiche portate avanti, proprio per evitare di cadere nella morsa del fiscal compact e del pareggio di bilancio, già hanno dimostrato la loro rigidità disumana nei confronti dei cittadini. Dire, in ultima analisi, come lui ha fatto, che «sembra che in crisi ci siamo già adesso, quindi evidentemente non c’entra il fiscal compact» è chiaramente equivoco e fuorviante, nonché falso.

È proprio questo, d’altronde, il male della tecnocrazia: creare un (immaginario) solco invalicabile tra tecnici e cittadini, per il quale soltanto ai primi è concesso sapere. Gli altri, invece, ignoranti, non possono far altro che adeguarsi e pendere dalle loro labbra.

No, caro Borghi. La democrazia vera presuppone la condivisione della conoscenza. Il punto è proprio smontare l’illusorio muro (la «nebbia sì folta» di cui parlava Guicciardini) dei tecnici e riportare le questioni al campo politico, dei cittadini e per i cittadini. Basta con la tecnocrazia, basta con il governo dei burocrati. La politica è e deve essere di tutti.

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