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APPROVATO IL DECRETO LIQUIDITA’, RIFLESSIONI SULLE RISORSE PER USCIRE DALLA CRISI

Oggi in aula alla Camera abbiamo approvato il Decreto Liquidità che passa ora al Senato per terminare l’iter di conversione in legge. Il provvedimento riguarda molti aspetti della vita economica del Paese e in particolare l’immissione di liquidità alle imprese. Favorire la possibilità da parte degli imprenditori di accedere a linee di credito garantite dallo Stato è senz’altro una delle principali azioni per far ripartire la nostra economia, provata da oltre due mesi di serrata.

Al testo originario – che da un lato prevedeva, grazie alle garanzie di SACE e del Fondo Centrale di Garanzia per le PMI, l’erogazione fino a 400 miliardi per le imprese private e dall’altro il rafforzamento della Golden Power per la difesa delle aziende strategiche – sono state apportate importanti modifiche. Tra le novità più importanti: la limitazione della responsabilità d’impresa per gli infortuni da Covid-19, le autocertificazioni per accelerare le procedure, l’ampliamento della platea dei beneficiari, l’allungamento dei tempi per la restituzione dei prestiti, la sospensione delle segnalazioni in Centrale dei Rischi, il rafforzamento delle condizioni per evitare la delocalizzazione e garantire i livelli occupazionali.

A fronte di un tetto massimo di impegni assumibili pari a 400 miliardi totali si disponeva, nel testo originario del “Decreto Liquidità”, di uno stanziamento per la garanzia statale pari a 1 miliardo di euro. Una proporzione (1 a 400) tra garanzia pubblica e finanziamento totale erogabile che ci è sembrata da subito non adeguata. Ma adesso il nuovo “Decreto Rilancio” prevede, al comma 1 dell’art. 31, l’incremento del fondo previsto nel Decreto Liquidità di ulteriori 30 miliardi, che vengono reperiti facendo totalmente ricorso all’indebitamento: la proporzione sarà così di 31 a 400 che corrisponde a quella che di norma il MEF accantona per le garanzie statali.

Ora, la mancata iscrizione nel testo originario del Decreto Liquidità in termini di fabbisogno per un ammontare commisurato al rischio di escussione e la successiva necessaria integrazione apportata col Decreto Rilancio della settimana scorsa, ci conducono ad una questione più generale.

Qual è la reale portata, in termini di fabbisogno, di tutti gli impegni che ha assunto e che dovrà assumere il Governo per uscire dalla crisi sistemica indotta dalla pandemia?

Non credo si esageri se si stima che il totale sarà compreso tra 100 e 200 miliardi di euro.

Il timore di fondo è che, in attesa che si concretizzi davvero lo strumento del Recovery Fund, il Governo richieda l’accesso al Pandemic Crisis Support (PCS), il “sostegno alla crisi pandemica” istituito presso il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), per reperirne almeno una trentina.

Qualunque discorso si voglia affrontare su questo strumento – in mancanza di un risolutivo passaggio parlamentare finalizzato a fornire un chiaro mandato al Governo – non può che basarsi sulle informazioni ricevute a margine dei numerosi (video)incontri dell’Eurogruppo avvenuti tra il 9 aprile e il 15 maggio. Riunioni ancora definite “informali” nonostante vengano assunte, durante questi consessi, decisioni che incidono profondamente sulla vita di milioni di europei.

 

La Scheda esplicativa pubblicata sul sito ufficiale del MES[1] conferma che il PCS è basato sulla Enhanced Conditions Credit Line (ECCL), la linea di credito soggetta a condizioni rafforzate.

Se è vero che, nel documento, viene esplicitato: l’unico requisito per accedere alla linea di credito sarà che gli Stati membri dell’area dell’euro che richiedono il sostegno si impegnino a utilizzare questa linea di credito per sostenere il finanziamento interno di assistenza sanitaria diretta e indiretta, cure e assistenza sanitaria, viene però da domandarsi:

  • Perché non è stata ideata una linea di credito ad hoc, come consente dall’art. 19 del MES, che esplicitasse l’assenza di condizioni stringenti, anche future?

Forse perché ciò sarebbe palesemente in contrasto con lo spirito rigorista che informa lo Statuto del MES e, quindi, in violazione del trattato internazionale che lo istituisce?

  • Perché nel medesimo documento si tiene a precisare che In seguito, gli Stati membri dell’area dell’euro rimarrebbero impegnati a rafforzare i fondamentali economici e finanziari, in linea con i quadri di coordinamento e sorveglianza economici e finanziari dell’UE?

Forse perché questo è il reale scopo del PCS sul lungo periodo?

  • Perché è stato necessario specificare che secondo il quadro dell’Unione Europea, gli Stati membri che beneficiano dell’assistenza finanziaria precauzionale del MES sono soggetti a una sorveglianza rafforzata (Enhanced Surveillance) sebbene, subito dopo, si fa presente che la Commissione concentrerà il suo monitoraggio e i suoi obblighi di rendicontazione solo sull’effettivo utilizzo dei fondi a copertura dei costi sanitari diretti e indiretti?

Forse perché quello della Commissione è soltanto un “impegno politico” non suffragato da una necessaria modifica dei trattati che garantisca davvero la salvaguardia della nostra sovranità?

 

Appare pertanto singolare che si continui a sostenere che il Pandemic Crisis Support non preveda altra condizione che la finalità per spese legate al COVID-19.

E non è un caso che i Governi di Spagna, Portogallo e Grecia – per i quali sembrava fosse stato disegnato il PCS – hanno già pubblicamente dichiarato che non vi ricorreranno, semplicemente perché… non ne hanno bisogno!

In conclusione, non possiamo ipotecare la nostra sovranità e minare così le fondamenta del nostro stato sociale. Se ci dovremo indebitare non sarà per moral hazard politico ma per colpa del Coronavirus che sta generando una crisi simmetrica dagli effetti asimmetrici, soprattutto in quei Paesi già piegati da un decennio di austerity eterodiretta.

Ma il vero nodo politico è proprio questo: non c’è davvero altra soluzione all’indebitamento?

Dobbiamo continuare a prestare fede al credo neoliberista che la moneta è un “bene scarso”?

La nostra soluzione rimane sempre la stessa: riformare la BCE e trasformarla in prestatore di ultima istanza – sul modello della FED, della Bank of England, della Bank of Japan – con buona pace della Corte Costituzionale tedesca.

 

Il Governo dovrebbe assumersi l’onere – questo sì sarebbe un cambiamento epocale – di adoperarsi seriamente per riformare i trattati istitutivi dell’UE e lo Statuto della Banca Centrale Europea che attualmente prevede come unico scopo dell’Istituto il raggiungimento del target del 2% di inflazione: un feticcio creato ad arte dal pensiero unico ordoliberista a cui le democrazie europee si sono dovute inchinare ormai per troppo tempo.

L’austerity imposta al Sud Europa non ha ripagato il debito pregresso ma, anzi, ha creato le condizioni perché se ne generasse di nuovo, a tutto vantaggio dei grandi fondi di investimento internazionali che speculano sul differenziale tra i titoli tedeschi e quelli degli altri Paesi europei.

 

Le libere democrazie europee hanno il diritto di riconsiderare l’emissione di moneta uno strumento della loro politica di bilancio.

 

 

 

[1] https://www.esm.europa.eu/content/europe-response-corona-crisis