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Dove nasce la politica? Sensazioni e sentimenti. Il nuovo evento di #ParoleGuerriere

“Dove nasce la politica? Sensazioni e sentimenti”

Ieri, a Palazzo Montecitorio, abbiamo vissuto un dibattito coraggioso e fuori dagli schemi: un incontro per chi continua a farsi domande, per chi sceglie di attraversare soglie invisibili e guardare oltre.

Ancora una volta il think tank “Parole Guerriere” di Diego e Dalila Nesci ha saputo emozionare, provocare riflessioni e lasciare un segno.

07 05 26 VP Fabio Rampelli Convegno Parole guerriere. Dove nasce la politica

Grazie a tutti coloro che hanno partecipato, agli amici dello staff volontario e ai relatori che hanno reso speciale questa giornata: Fabio Rampelli, Igor Sibaldi, Paolo Ruffini e Tommaso Cerno.

Un grazie speciale anche a Giordano Fatali, nostro ospite con il quale avvieremo collaborazioni, per aver presentato il progetto dedicato alla Scuola di Educazione Civica, aggiungendo valore e visione al confronto.

E le parole guerriere della dolcissima Maria Rita Parsi sono tornate a vivere ancora una volta attraverso un video ricordo ❣️

07 05 26 VP Fabio Rampelli Convegno Parole Guerriere. “Dove nasce la politica? Sensazioni e sentimenti”.

Fine commissariamento sanità: promesse mantenute e opportunità da non sprecare. Ora la sfida è il debito, la politica regionale sia matura

Roma, 12 aprile 2026 – Per anni la sanità calabrese è stata un “cerino acceso” passato di mano in mano, in un continuo rimpallo di responsabilità tra politica e governance manageriale, spesso volto a evitare decisioni, minimizzare criticità e delegittimare denunce provenienti da professionisti e cittadini.

Oggi questa fase si chiude: il Consiglio dei Ministri n.168 del 9 aprile ha deliberato la revoca del commissariamento della sanità calabrese. Un risultato atteso, frutto di un impegno politico mantenuto dal Governo di Giorgia Meloni e del lavoro del Presidente della Regione Roberto Occhiuto. Si apre così una nuova fase, ma il percorso che ha condotto a questo esito è stato lungo e disomogeneo. 

Dopo una fase in cui il rientro dal debito sanitario appariva vicino, penso all’epoca del Generale Pezzi, sono seguiti ulteriori commissariamenti con un progressivo aggravamento della situazione e blocco delle assunzioni. Il tentativo di “lotta” della presidenza Oliverio non riuscì a concretizzarsi in un efficace programma operativo. Successivamente, il “decreto Calabria” ha introdotto strumenti rilevanti – tra cui lo sblocco del turnover, nuove risorse e maggiori margini sulle nomine – ma la loro attuazione è stata segnata da criticità gestionali, ipocrisie di palazzo e non dimentichiamo la pandemia da Covid-19.

Un passaggio decisivo fu pure rappresentato dalla sentenza n.168/2021 della Corte Costituzionale, che ha rilevato profili di incostituzionalità nelle norme di supporto al commissariamento della Regione Calabria. La Consulta chiarì che lo Stato doveva garantire direttamente il funzionamento della struttura commissariale, non potendo gravare su un Dipartimento della salute regionale già progressivamente indebolito. Allo stesso tempo, riaffermava il principio per cui lo Stato esercita un ruolo di garanzia attraverso il potere sostitutivo, pur nel rispetto delle autonomie territoriali. 

Questa sintetica ma pesante cronistoria della sanità calabrese, ricorda a tutti che non è più rinviabile una revisione complessiva dell’istituto del commissariamento e dei piani di rientro, oggi non più adeguati al mutato contesto economico e alla nuova stagione di investimenti.

Va inoltre evidenziato un elemento spesso sottaciuto che ha contribuito a prolungare il commissariamento come alibi politico: per oltre un decennio la Regione Calabria non ha attivato iniziative decisive, penso alla predisposizione di efficaci programmi operativi per un nuovo piano di rientro che ne accelerasse la chiusura. A ciò si sono aggiunte difficoltà oggettive e condizioni politiche non favorevoli a una collaborazione istituzionale responsabile e pragmatica. Ora che un risultato è stato raggiunto, anche a dispetto dei “nemici della contentezza”, non si perda questa opportunità.

In questo contesto, è necessario chiarire cosa cambia realmente con la fine del commissariamento. La sua cessazione comporta innanzitutto il ritorno della governance agli organi regionali, che riacquistano piena titolarità decisionale.

Tuttavia, la fine del commissariamento non coincide automaticamente con il superamento delle criticità finanziarie. Il piano di rientro resta vigente, con vincoli stringenti su spesa, organizzazione e livelli essenziali di assistenza. Permangono inoltre i controlli ministeriali e, ove necessario, i meccanismi fiscali automatici.

Solo con il raggiungimento dell’equilibrio economico ed organizzativo il percorso di risanamento potrà dirsi concluso. Fino ad allora, cambia il soggetto che decide, ma non le regole del gioco, che restano presidiate a livello statale.

Questo nuovo scenario comporta una piena responsabilizzazione della classe dirigente regionale: Consiglio e Giunta sono chiamati a garantire una gestione ordinaria concreta, fondata su competenza, trasparenza e accountability. È lecito attendersi un confronto politico più maturo, basato su dati e scelte strutturali, evitando sia semplificazioni populiste sia rimozioni delle responsabilità pregresse.

Oggi si apre dunque una concreta possibilità di riscatto istituzionale e politico, fondata su una collaborazione trasversale. Parallelamente, è necessario intervenire ancora sui criteri di riparto del Fondo sanitario nazionale e sui meccanismi perequativi tenendo conto delle comorbilità e della demografia delle popolazioni regionali. Esigenza che si rafforza ulteriormente alla luce delle recenti preintese sull’autonomia differenziata. Il rischio è quello di consolidare sistemi sanitari regionali a velocità diverse, compromettendo l’universalità del diritto alla salute sancito dalla Costituzione.

La priorità rimanga la garanzia di un accesso equo al diritto alla salute anche attraverso il contrasto all’emigrazione sanitaria e una maggiore vigilanza sui flussi finanziari verso altre regioni.

La fine del commissariamento rappresenta dunque un passaggio politico storico, ma non conclusivo. La politica regionale Calabrese adesso sia all’altezza del delicato compito di archiviare il debito sanitario e uscire dal Piano di rientro.

https://amp.lacnews24.it/amp/politica/sanita-calabria-dalila-nesci-fine-commissariamento-occasione-da-non-sprecare-y8se1wu0

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Riforma bocciata? Rischio è abituarsi all’immobilismo

Ogni stagione di riforma porta con sé una scelta: restare ancorati a un sistema che conosciamo – con tutti i suoi limiti – oppure assumersi la responsabilità di cambiarlo, accettando una quota di rischio. Il risultato di questo referendum ci dice che, ancora una volta, ha prevalso la paura dell’ignoto sulla volontà di modernizzare un settore decisivo come la giustizia.

Ed è un peccato, perché non si trattava di una riforma astratta o ideologica, ma di un intervento concreto su un nodo che incide ogni giorno sulla vita dei cittadini e sulla competitività del sistema Paese. Una giustizia più efficiente, più prevedibile e meno condizionata da logiche interne avrebbe significato più fiducia, più investimenti, più equità reale. Il micro e il macro coincidono: ciò che non funziona nei tribunali si riflette direttamente nelle imprese, nel lavoro, nella vita quotidiana.

Va riconosciuto al Governo Meloni e alla sua maggioranza il merito di aver mantenuto la parola data, portando avanti una riforma coerente con il mandato ricevuto. In un tempo in cui la politica spesso arretra o si piega al consenso immediato, questo è un segnale di serietà che non va sottovalutato.

Ma in democrazia il giudizio finale spetta ai cittadini, e il verdetto va rispettato senza ambiguità. Proprio per questo, però, non può diventare un alibi per fermarsi. Se il cambiamento è stato respinto, ciò non significa che i problemi siano risolti o che lo status quo sia sostenibile.

Alla politica e a tutte le forze vive e responsabili della società spetta ora un compito più difficile: non rassegnarsi al potere subdolo della propaganda a buon mercato che semplifica e distorce, ma continuare a spiegare, proporre, costruire consenso su riforme necessarie.

Il vero rischio non è perdere un referendum, ma abituarsi all’immobilismo e trasformarlo in normalità.

Il fronte del SÌ al referendum è ampio e trasversale

C’è chi prova a raccontarlo come un semplice voto “contro” il Governo attuale, ma chi osserva con serietà sa che non è così: su questa riforma della giustizia convergono posizioni che, da decenni, appartengono a culture politiche diverse.

Non è una battaglia di parte, è un punto di arrivo.


Molti di quelli che oggi sostengono il SÌ chiedevano da tempo interventi su responsabilità, equilibrio dei poteri e funzionamento della magistratura.

Il vero dato politico è questo: al di là delle contrapposizioni, esiste una visione condivisa di riforma. Chi è oggettivo lo riconosce: non è un sì “contro qualcuno”, ma un Sì a ciò che per anni è stato considerato necessario per la democrazia e la giustizia nel nostro Paese.

Foto “Il Riformista”

Dico Sì alla riforma della giustizia che non demonizza la magistratura ma indica una direzione

Ho fatto parte di compagini politiche che – oggi – rinnegano alcune delle loro stesse posizioni. Si tratta di partiti che, attraverso confusione e disinformazione, stanno tentando di demonizzare la riforma costituzionale sulla giustizia voluta dal Governo guidato da Giorgia Meloni. Una riforma che, al contrario, indica una direzione chiara e precisa.

Quattro anni fa ho lasciato il MoVimento 5 Stelle e da libera cittadina ho aderito convintamente al progetto politico di Fratelli d’Italia. Perciò conosco bene le posizioni che il Movimento – oggi guidato da Giuseppe Conte – teneva su “sorteggio” e separazione delle carriere: era favorevole. Quando nel 2018, questa ipotesi iniziò a circolare, molte correnti della magistratura reagirono con una forte opposizione e poi non se ne fece nulla.

Conosciamo, pure, le proposte del Partito Democratico e della sinistra, che negli anni ha presentato diverse proposte di legge sulla separazione delle carriere ed approvato nel 1999, con Massimo D’Alema Presidente del Consiglio, la “riforma del giusto processo”.

È proprio osservando queste dinamiche che emerge tutta la fragilità di molte dichiarazioni politiche odierne. E’ l’atteggiamento che potremmo definire degli “invecisti”: quelli sempre pronti a dire di avere un’idea migliore della tua, ma incapaci di realizzarla quando dispongono davvero dei poteri di governo e degli strumenti politici per farlo.

La separazione delle carriere deve essere completata e realizzarsi pienamente, anche negli organi di autogoverno della magistratura. Sdoppiare il CSM, distinguendo tra carriera requirente e carriera giudicante, è necessario per rafforzare la terzietà del giudice e superare le degenerazioni del sistema delle correnti all’interno della magistratura che abbiamo conosciuto attraverso il c.d “caso Palamara”.

Sul sorteggio voglio essere chiara: non è una soluzione salvifica. Non siamo più nel tempo dei miti e degli eroi. È però una soluzione pragmatica e trasparente, che può garantire maggiore equilibrio. Oggi non esiste vera trasparenza politica nelle nomine del CSM: i parlamentari ricevono un nome via messaggio e votano in un’urna segreta, mentre i magistrati si organizzano in cordate. Con il sistema del sorteggio previsto dalla riforma, le liste di candidati, sia laici che togati, dalle quali si attingerà, saranno conoscibili e consultabili. Per questo trovo infondata l’accusa secondo cui questa riforma sarebbe punitiva verso la magistratura e premiale verso la politica. Chi sostiene questa tesi probabilmente non conosce fino in fondo le dinamiche parlamentari o ne sottovaluta le implicazioni.

Da ex parlamentare della Repubblica e già sottosegretario di Stato, so quanto sia complesso portare avanti una riforma di questo tipo: servono competenze tecniche, lavoro istituzionale ed una forte coesione politica. Personalmente ritengo che non si sarebbe nemmeno dovuta sottoporre a referendum, perché si tratta di una riforma tecnica che per lo più giuristi e operatori del settore possono valutare pienamente. 

Il Parlamento avrebbe potuto – e forse dovuto – assumersi la responsabilità di approvarla con una maggioranza bipartisan, considerando che nel tempo diverse forze politiche hanno espresso posizioni simili nella stessa direzione.

Fratelli d’Italia ha scelto invece di affidarsi ai cittadini, con un atto di fiducia democratica che considero significativo. Mi auguro che questo venga raccolto con una grande partecipazione al voto.

Il 22 e 23 marzo 2026 andrò alle urne. E voterò convintamente  alla riforma della giustizia.

Un SI’ per completare il “giusto processo”: perché votare al referendum sulla giustizia

La riforma della giustizia sottoposta a referendum non nasce oggi, né rappresenta una rottura improvvisa dell’ordinamento. Al contrario, essa costituisce il punto di arrivo di un lungo percorso storico e costituzionale iniziato molti decenni fa, con l’obiettivo di rendere il sistema giudiziario italiano pienamente coerente con i principi dello Stato di diritto moderno e con il modello accusatorio delineato dalla nostra Costituzione.

Per comprendere il senso profondo del referendum occorre partire da una breve cronistoria.

L’Italia ha conosciuto per lungo tempo un sistema processuale di tipo inquisitorio, nel quale le funzioni investigative e quelle giudicanti risultavano fortemente intrecciate. Con la nascita della Costituzione repubblicana, i Padri costituenti introdussero invece un’impostazione completamente diversa: un modello orientato al contraddittorio tra accusa e difesa e fondato sulla centralità del giudice imparziale.

Questo percorso trovò una prima realizzazione concreta con la riforma del codice di procedura penale del 1989 (Codice Vassalli), che segnò il passaggio formale verso il sistema accusatorio misto, introducendo parità tra accusa e difesa e presunzione di innocenza. Tuttavia, quel cambiamento rimase incompiuto, perché la struttura ordinamentale della magistratura continuò a riflettere logiche precedenti.

Il passo decisivo arrivò nel 1999, quando una larga maggioranza parlamentare bipartisan approvò la cosiddetta “riforma del giusto processo”, modificando l’articolo 111 della Costituzione. In quella sede venne sancito un principio chiaro: il giudice deve essere terzo e imparziale, separato dall’attività inquirente del pubblico ministero. Non una scelta ideologica, ma una garanzia per il cittadino.

Il referendum oggi propone semplicemente di dare piena attuazione a quel principio costituzionale rimasto, per oltre vent’anni, incompleto.

Molte delle critiche mosse alla riforma si fondano su equivoci o su narrazioni fuorvianti. Come evidenziato nella brochure informativa (scorri più giù la pagina), l’idea che la separazione delle carriere rappresenti un pericolo per la democrazia è priva di fondamento: numerose democrazie europee — dalla Germania alla Spagna, fino al Portogallo — adottano già modelli nei quali giudici e pubblici ministeri seguono percorsi distinti senza che ciò abbia mai compromesso l’indipendenza della magistratura .

Il punto centrale della riforma è semplice: garantire un giudice realmente terzo. Quando chi giudica e chi accusa condividono lo stesso percorso professionale e lo stesso organo di autogoverno, il rischio di condizionamenti — anche solo culturali — diventa inevitabile. Oggi, per fare un esempio, nella fase delle indagini preliminari l’unicità del CSM può limitare la percezione di piena autonomia del giudice rispetto al pubblico ministero.

Separare le carriere significa rendere più evidente l’equidistanza del giudice dall’accusa e dalla difesa, rafforzando il contraddittorio e la fiducia dei cittadini nella giustizia.

La riforma interviene inoltre sul Consiglio Superiore della Magistratura, superando il sistema delle “correnti” che negli ultimi decenni ha inciso profondamente sulle dinamiche interne alla magistratura. Saranno formati due CSM, uno per giudici e un altro per i pubblici ministeri, entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica. Per stabilire chi ne farà parte, viene introdotto il meccanismo del sorteggio, mirando così a ridurre le logiche associative e a restituire centralità al merito e alla competenza.

Un altro elemento qualificante riguarda la responsabilità disciplinare dei magistrati, affidata a un’Alta Corte dedicata. Non si tratta di limitare l’autonomia della magistratura, ma di rafforzarla attraverso regole più trasparenti e credibili. Per questo bisogna votare “SI'” al referendum popolare confermativo della riforma che si svolgerà il 22 e 23 marzo prossimo.

Chi sostiene il “No” spesso afferma che la riforma metterebbe i pubblici ministeri sotto il controllo dell’esecutivo. È una rappresentazione inesatta e falsa. Non troverete un rigo della legge in tal senso! L’autonomia e l’indipendenza, infatti, restano garantite dalla Costituzione: ciò che cambia è soltanto la distinzione delle funzioni, non la subordinazione a un potere politico.

La vera posta in gioco è un’altra: avvicinare la giustizia al cittadino. Carriere separate consentono una maggiore specializzazione, indagini più efficaci e giudici meno esposti a pressioni mediatiche o investigative. In altre parole, una giustizia più equilibrata e più moderna.

Non si tratta di una riforma contro qualcuno, ma di una riforma in linea con le democrazie più mature. È il completamento naturale di un percorso iniziato con la Costituzione, proseguito nel 1989 e consolidato nel 1999. Oggi abbiamo l’occasione di chiudere quel cerchio.

Da donna delle istituzioni e da rappresentante politica, sono convinta che lo Stato debba garantire libertà e diritti in modo equilibrato. Per questo ritengo che votare Sì significhi rafforzare la fiducia dei cittadini nella giustizia e nelle istituzioni democratiche.

Una giustizia più imparziale non indebolisce la magistratura: la rende più forte. E uno Stato più giusto è sempre uno Stato più libero.

Per queste ragioni, il referendum non è soltanto una scelta tecnica, ma una scelta di responsabilità verso il futuro della nostra democrazia.

Puoi consultare il testo integrale della legge costituzionale:

🔗 Testo della legge costituzionale pubblicato in Gazzetta Ufficiale 30/10/2025 n.253 (riforma della giustizia)

oppure in formato PDF (integrale) qui:

Questo documento contiene le modifiche agli articoli della Costituzione italiana (tra cui gli artt. 87, 102, 104, 105, 106 e 110) che introducono:

  • la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri,
  • la divisione del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) in due distinti organi (uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri),
  • l’istituzione di una Alta Corte disciplinare e nuove regole sulla responsabilità disciplinare dei magistrati .

📌 Attenzione: pur essendo stato approvato dal Parlamento, questo testo non è ancora in vigore perché la revisione costituzionale è soggetta a referendum confermativo (previsto per il 22–23 marzo 2026). Se il testo sarà confermato dal voto popolare, entrerà pienamente in vigore come parte della Costituzione italiana .

Il governo regionale e l’impegno di Fratelli d’Italia

Sarò presente all’incontro promosso da Fratelli d’Italia sul tema:

“Il governo regionale e l’impegno di Fratelli d’Italia per il territorio”.

Un momento importante di confronto e approfondimento per raccontare, con trasparenza e concretezza, il lavoro che i nostri rappresentanti stanno portando avanti nelle istituzioni regionali e locali.

Credo fortemente che la presenza sul territorio sia fondamentale: significa ascoltare, informare, condividere risultati e obiettivi. La politica deve tornare ad essere partecipazione, responsabilità e dialogo costante con i cittadini.

Durante l’incontro verranno illustrati i risultati raggiunti e le azioni messe in campo su temi centrali come sanità, turismo, lavoro, legalità, sicurezza, valorizzazione dei beni confiscati e dell’ambiente. Un’occasione per comprendere da vicino l’impegno quotidiano di chi rappresenta la nostra comunità nelle istituzioni.

Essere presenti significa rafforzare il legame tra istituzioni e territorio.

Vi aspetto per condividere idee, proposte e prospettive per il futuro della nostra provincia.

#FratelliDItalia #ViboValentia #Impegno #Territorio #Politica #Partecipazione

On. Nesci_Pres. Sanità Calabria Brutto_Segr. Prov. FDI Vibo Valentia Lagamba

Buon lavoro Camillo Falvo

Camillo Falvo – fino ad oggi capo della procura di Vibo Valentia – e’ stato nominato dal plenum del Csm nuovo procuratore capo a Potenza.

Lo ringrazio per il lavoro svolto in questi anni nel Vibonese e per la Calabria tutta. Un impegno fatto di presenza, ascolto e di un messaggio chiaro alla comunità: la legalità si costruisce ogni giorno a fianco dei territori e lo Stato si rafforza quando le istituzioni fanno squadra cooperando in maniera sana.

Al dott. Falvo rivolgo un sincero in bocca al lupo e i migliori auguri di buon lavoro.

Primo Direttivo Associazione Ex Parlamentari 2026

Oggi, con altri ex parlamentari della Repubblica, abbiamo lavorato per programmare le attività del 2026.

Non per nostalgia, ma per responsabilità.

Crediamo che la democrazia non si difenda solo nelle istituzioni, ma anche nella cultura civile del Paese: nelle scuole, nel dialogo pubblico, nella capacità di spiegare e ascoltare.

Nel 2026 proseguiremo nel nostro lavoro di testimonianza istituzionale nelle scuole, per avvicinare i giovani alla Costituzione e alla vita democratica.

Il nostro impegno continua: servire la Repubblica non è un incarico, è un dovere che resta.

Giorno del Ricordo, dedicato alle vittime delle foibe e agli esuli istriani, fiumani e dalmati.

Oggi, 10 febbraio, ho partecipato a Vibo Valentia all’iniziativa organizzata da Fratelli d’Italia e Gioventù Nazionale in occasione del Giorno del Ricordo, dedicato alle vittime delle foibe e agli esuli istriani, fiumani e dalmati.

Tra il 1943 e il 1945 migliaia di persone furono uccise, deportate, fatte sparire.
E centinaia di migliaia di italiani furono costretti ad abbandonare la propria terra, lasciando tutto: case, lavoro, affetti, radici.

Per troppo tempo questa tragedia è stata avvolta dal silenzio.
Un silenzio che ha ferito nel profondo, perché non esistono vittime di serie A e vittime di serie B.

Ricordare non significa dividere.
Significa rendere giustizia.
Significa difendere la memoria nazionale.
Significa insegnare ai giovani dove portano l’odio ideologico e la violenza politica.

Oggi, con rispetto e fermezza, diciamo: l’Italia non dimentica. 🇮🇹