Infrastrutture: 4,6 miliardi per colmare gap tra nord e sud

Da oggi le diverse aree geografiche del Paese possono considerarsi decisamente più vicine dal punto di vista delle infrastrutture. Ieri, infatti, il Consiglio dei Ministri ha varato una misura imponente: ben 4,6 miliardi il cui obiettivo è proprio quello di recuperare il deficit tra le varie regioni e, in particolare, tra il #Nord e il #Sud.Alla base della perequazione infrastrutturale c’è la ricognizione, da effettuare su tutto il territorio nazionale delle infrastrutture statali sanitarie, assistenziali, scolastiche, stradali, autostradali, ferroviarie, portuali e aeroportuali che dovrà essere ultimata entro il 30 novembre 2021 dal Ministero delle infrastrutture. Entro il 31 ottobre 2021, gli Enti territoriali effettueranno la ricognizione delle infrastrutture di competenza non statale. Le Regioni e le Province Autonome comunicheranno i risultati alla Conferenza Unificata e al Dipartimento per gli affari regionali e le autonomie della Presidenza del Consiglio dei ministri entro il 31 dicembre 2021.Dopo la ricognizione, un DPCM, entro il 31 marzo 2022, definirà le priorità e le azioni per il recupero del divario infrastrutturale e di sviluppo. Saranno considerate le specificità territoriali, la densità della popolazione e delle unità produttive. Il decreto individuerà inoltre i Ministeri competenti e la quota di finanziamento con ripartizione annuale. Il Governo Draghi, nel quale rappresento il Ministero del #Sud, si sta confermando attento e operativo. Con tenacia e costanza il #M5S sta facendo la sua parte per concretizzare nel Paese quel principio di equità territoriale per il quale battagliamo da tempo.

SOTTOSEGRETARIA NESCI: LAVORIAMO PER L’ALTA VELOCITÀ

Oggi ho avuto il piacere di partecipare al Consiglio comunale aperto di #Paola (CS). La città di Paola rappresenta da sempre uno degli snodi principali del trasporto ferroviario e del turismo calabrese. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza prevede un investimento di 11,2 mld specificamente destinato ai collegamenti ferroviari ad alta velocità verso il Sud per passeggeri e merci a lunga percorrenza. La linea Salerno-Reggio Calabria costituisce oggi più che mai una delle sfide più rilevanti per lo sviluppo del Sud ed in prospettiva un valore aggiunto per i collegamenti nazionali ed europei.
Procederemo per gradi puntando su tre progetti principali. La realizzazione dell’alta velocità sul tratto Battipaglia-Praia a Mare, che seguirà il tratto autostradale onde evitare un impatto sulla costiera del Cilento, il tratto Praia a Mare-Tarsia, per offrire uno snodo verso Sibari e la tratta Jonica; infine la nuova galleria ferroviaria tra Paola e Cosenza. Da Paola in giù a mio avviso sarebbe auspicabile investire sulla riqualificazione dell’attuale linea ferrata costiera, adeguandola all’alta velocità, piuttosto che idearne una nuova nell’entroterra.
L’AV sul litorale tirrenico risulterà fondamentale anche nell’ottica della salvaguardia del turismo religioso, l’hinterland paolano è uno dei principali luoghi di culto della comunità cristiana a livello mondiale. Assolutamente edificante è stato l’incontro con i Frati Minimi del Santuario di Paola, una visita a cui tenevo in particolar modo, essendo San Francesco Patrono della Calabria e della gente di mare.
Di altra natura e arricchente in egual misura si è rivelato l’incontro ad #Amantea con Sua Eccellenza l’Ambasciatore Gianludovico De Martino dell’ ADSI – Associazione Dimore Storiche Italiane. La sezione calabrese di ADSI lavora in prima linea per la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio storico-architettonico del nostro territorio, le realtà come ADSI rappresentano i pilastri da cui ripartire per promuovere nuove forme di turismo sostenibile.

Il PNRR per risultare efficace ha bisogno del Sud e vi spiego perché

di Dalila Nesci, deputata e Sottosegretaria al Ministero del Sud

Per guardare il mondo da una prospettiva nuova, può aiutare l’immagine dell’Appeso nelle carte dei Tarocchi. Di chi con sorriso quasi estatico sa che, appeso al soffitto e a testa in giù, il mondo rovesciato ha più senso di quello già “visto”, ma mai guardato prima da una prospettiva differente.

È per questo motivo che immagino vividamente e credo che sia il nuovo piano di investimenti del Recovery Plan ad avere bisogno del Sud, e non viceversa.

Il Mezzogiorno infatti non è un’astrazione geografica, un racconto storico da relegare a ricordo, né un principio ispiratore per rivendicazioni vittimistiche. No. Il Mezzogiorno d’Italia rappresenta il potenziale inespresso del nostro Paese che, a causa di scelte politiche ed economiche miopi, ha finito per essere condannato a cabina di regia delle mafie e serbatoio di stereotipi cui attinge il main stream populista per rafforzare la cultura della rassegnazione e del fatalismo da animare ogni qual volta si tratti di immaginare nuove prospettive economico-produttive, sociali e culturali in grado di imprimere cambiamenti di rotta sostanziali. Se il PNRR non riuscirà ad emancipare -attivando la leva dello sviluppo economico- le regioni del Sud come Calabria, Sicilia, Campania, Puglia, Basilicata e Sardegna, allora non avrà assolto alla sua funzione di ricostruzione e riequilibrio dalla crisi economica ultra decennale, drammaticamente acuita dalla pandemia. In caso di fallimento, il Paese intero, dimentico troppe volte del Mezzogiorno, avrebbe perso l’ennesima occasione. Ma come fare quindi per vincere la scommessa del Recovery Plan in Italia? Nessun azzardo. Sono due le direttrici su cui puntare: capacità di programmazione della spesa e rafforzamento della pubblica amministrazione nei territori. La capacità di programmazione e quindi di spesa sarà fondamentale per il regolamento dei bandi di gara. Le cui linee discenderanno dalle componenti strutturali che definiscono le missioni del PNRR, e dovranno tenere conto di vincoli territoriali. Nel rafforzamento tecnico  della PA delle Regioni ed enti locali, ci giocheremo tutto sull’immissione di nuove professionalità e nella capacità dell’Agenzia della coesione territoriale del Ministero del Sud di coordinare sapientemente in maniera operativa le nuove assunzioni destinate al Mezzogiorno d’Italia. Il Dipartimento delle Politiche di Coesione da troppo tempo registra dati che rilevano scarsa capacità di programmazione e spesa, anche per il coordinamento scarsamente efficace con le Regioni. Credo molto nella tenacia della Ministra Mara Carfagna che grazie alla sua esperienza potrà imprimere grossi risultati, come già ottenuto per le risorse destinate al Sud nel PNRR. Da Sottosegretaria non farò mai mancare il mio sostegno, credendo nella capacità di mediazione che il femminile riesce ad imprimere. Ecco perché chi parla di Sud non può dimenticare l’impegno concreto delle forze politiche nelle prossime tornate elettorali amministrative e regionali. La capacità di investire a Sud parte dalla serietà del progetti politico-amministrativi messi in campo nelle competizioni elettorali. Eviti di parlare di Sud chi non vuole impegnarsi nel Governo di città,  regioni e aree locali che si trovano con la loro specificità al centro del Mediterraneo, e che saranno cruciali per la transizione ecologica e culturale cui ormai puntiamo all’unisono come tutta l’Unione Europea. Le opere nel PNRR, da concludere entro il 2026, dipenderanno dalla capacità delle governance di Regioni ed enti locali di integrare gli investimenti del Recovery Plan con quelli ordinari nazionali ed europei. Solo con riguardo alla Calabria ben l’80% dei comuni si trova nelle zone periferiche dove vive la metà dei cittadini. Già adesso è a rischio la sopravvivenza stesse dei territori locali e delle piccole comunità: il rilancio avrebbe infatti impatti sostanziali non solo per l’economia regionale calabrese, ma come fattore generale di riequilibrio e laboratorio di innovazione dei nuovi assetti sociali che parte dal Sud e che si irradia per la prima volta verso il resto del Paese.

Penso a l’impellenza di individuare progetti innovativi di rigenerazione urbana e di risanamento ambientale, di salvaguardia e valorizzazione del patrimonio storico-culturale, ad azioni in grado di ripensare le strutture civili e amministrative insieme agli spazi di aggregazione e vivibilità delle nostre comunità (come le unioni dei comuni, che vanno favorite). Penso al rafforzamento della sanità territoriale, che torni ad essere capillare nella vicinanza alle comunità, anche quelle ritenute più marginali, grazie alla riconversione di vecchi presidi ospedalieri, prima strumentalizzati dal rigonfiamento parassitario della sanità “ospedal-centrica” e poi abbandonati per favorire speculazioni. La pandemia ci insegna che occorre ripristinare una sanità pubblica forte, diffusa e distribuita territorialmente, con  l’applicazione rigorosa dei parametri relativi ai LEP (livelli essenziali delle prestazioni). Penso all’indifferibile  potenziamento delle reti e dei servizi: infrastrutture, reti idriche, digitalizzazione, nuovo lavoro, servizi per donne, minori e fasce di disagio sociale, vivibilità delle aree interne, mobilità verde, filiere produttive di qualità e produzioni bio. Occorre puntare in modo strategico alla  riqualificazione del patrimonio edilizio e all’inversione della tendenza al consumo di suolo, per raggiungere l’obiettivo della salvaguardia delle risorsi irripetibili di ambiente, natura e paesaggio e finalmente giungere all’obiettivo di impedire il consumo di suolo. Un definitivo rovesciamento di prospettiva, come dichiaravo in premessa, nell’ottica di garantire  integrazione-rigenerazione-riequilibrio, partendo proprio dal tessuto socio produttivo delle aree più significative e più critiche della Calabria. Esaltandone i fattori di vantaggio, sia in termini di identità culturale, ma soprattutto per quantità e qualità delle risorse primarie ancora sottoutilizzate a disposizione della regione (aria, acqua, paesaggio, boschi, agricoltura, filiere bio nell’agroalimentare e beni storici e culturali).

Chi parla di Sud non può dimenticare l’impegno concreto delle forze politiche nelle prossime tornate elettorali amministrative e regionali. Le notizie di questi giorni sull’accordo tra le forze di Governo per il Comune di Napoli suscita entusiasmo. Auspico con tutto il mio impegno che anche sulla Calabria si possa seguire analogo percorso. Il cuore pulsante della Calabria ha bisogno di ripartire con nuovo scatto.

Per rifondare una durevole prospettiva di sviluppo e di riequilibrio del Sud occorre poi collegarsi con le correnti calde di un nuovo meridionalismo, che parta da conoscenze locali e da competenze accertate di livello europeo e internazionale, dal rafforzamento dei diritti di cittadinanza, che sono argine civile alla prepotenza delle mafie. La rinascita del mercato in aree di crisi, in tutte le regioni del Mezzogiorno, deve coincidere con il potenziamento delle strutture culturali e civili, con investimenti nell’istruzione, nella ricerca, nella formazione permanente, nella digitalizzazione, offrendo opportunità nuove al patrimonio di creatività e all’immaginazione che da sempre sono la forza della cultura e della tradizione di civiltà e di bellezza che il Sud custodisce da secoli. Solo così fermeremo l’emorragia di energie giovani che impoverisce la vita delle regioni e i centri minori del Sud. La visione deve essere centrata sul paradigma produttivo della green economy dalle politiche europee che negli ultimi anni sono state rafforzate dal piano Next generation Eu, a cui anche l’Italia con l’invio a Bruxelles del Recovery plan darà seguito. La priorità del Recovery Plan al Sud non è il trionfo di una società espropriata del futuro, burocratizzata e riconfermata nei ritardi e nell’immobilismo, ma è invece la ripresa di un circuito virtuoso di sviluppo e di progresso civile. Solo così  potremo avviare, mobilitando le forze migliori della società, la perequazione necessaria e ridurre le disuguaglianze e promuovere la coesione all’interno del nostro paese. L’obiettivo fondamentale stavolta è garantire al Sud l’effettivo godimento dei fondamentali diritti costitutivi della cittadinanza: lavoro, salute, istruzione, mobilità.

Elezioni Regione Calabria: la mia intervista al Corriere della Sera

Ecco l’intervista rilasciata a Il Corriere della Sera

Per il candidato alla presidenza De Magistris sarebbero un “sicuro fallimento”. «Alla Calabria non bisogna guardare con gli interessi dei singoli, sia pure legittimi, ma con spirito di servizio assoluto» risponde Dalila Nesci, sottosegretaria al Sud del M5S, nata a Tropea nel 1986. «Non ci possono essere candidature precostituite. Le primarie sono utili, perché consentiranno ai calabresi di scegliersi il loro presidente».

Se il sindaco di Napoli non accetterà la sfida nei gazebo, il centrosinistra lascerà la regione alla destra? «Io do per scontato che De Magistris non si tirerà indietro e accetterà il confronto politico attraverso lo strumento delle primarie. In caso contrario, dovrebbe spiegare ai cittadini perché non intende parteciparvi».

Ma le primarie nel M5S non sono un tabù? «Quando nel 2019 mi ero resa disponibile per candidarmi governatrice nella mia regione avevo già proposto ai miei un’intesa con il Pd per arrivare ad una sintesi, quando parlarne al nostro interno era una bestemmia. Per me non sono una novità. Ora che la crisi di governo e il cambio di leadership del Pd hanno fermato i tavoli della coalizione, siamo in una situazione da riavviare, anche perché nel frattempo nel panorama calabrese si è inserito De Magistris».

Lei è pronta a sfidarlo? «Sì, io mi metto in gioco. Sono a disposizione, come lo ero la volta scorsa. Per creare una coalizione ampia di centrosinistra con il Pd e con il polo civico bisogna avviare un percorso di confronto politico e partecipazione che porti alla sintesi di una figura federatrice, catalizzatrice di entusiasmo. La Calabria ha bisogno di freschezza e novità perché c’è un altissimo tasso di astensionismo e l’unico modo per elaborare un progetto alternativo alla destra è indire primarie di coalizione».

Il M5S è un magma che ribolle, è sicura che i suoi colleghi siano d’accordo? «Nessuno deve avere paura delle primarie di coalizione, che sono uno strumento utile e sano perché permettono il confronto. Le regole del gioco si scrivono insieme, sarà una grande festa del dialogo politico».

Fin qui per i 5 Stelle il luogo del confronto politico è stata la Rete… «Sono cambiate tante cose da quando il M5S ha deciso di entrare nel sistema democratico e nel Parlamento e poi di prendersi la responsabilità di governare. Dobbiamo costruire il Movimento del futuro e il palcoscenico politico calabrese è l’unico posto in cui si può realizzare l’intesa con il Pd».

Perché l’unico posto? «Perché non c’è il ballottaggio e la legge elettorale prevede uno sbarramento alto all’8 per cento, per cui l’intesa, se si deve creare, va fatta al primo turno».

La Calabria può essere il laboratorio dell’alleanza con il Pd, anche in vista delle elezioni politiche? «Sì, per questo parlo del M5S del futuro. Se in Calabria l’intesa col Pd porta a una coalizione ampia di centrosinistra, che guardi anche alle forze civiche, dimostriamo che questo progetto politico vuole assumersi la responsabilità di governare».

L’alleanza stenta a decollare. Pensa che Enrico Letta e Giuseppe Conte abbiano fatto tutto il possibile per unire le forze alle amministrative? «C’è stata la pandemia, la crisi di governo, sono cambiate le leadership… È ancora tutto in fieri. Se la Calabria riesce a dare questa dimostrazione di serietà, ne possono beneficiare anche altri territori e si può arrivare a una sintesi».

Anche a Roma, dove ognuno va per sé? «Sì, perché essendoci il secondo turno tutto è ancora possibile».

Intanto Conte si fa attendere. La sua leadership non rischia di logorarsi prima di essere ufficializzata? «C’è tutta la volontà di essere operativi al più presto, ma ci sono tempi tecnici anche per via delle questioni legali legate agli strascichi con Rousseau. Davide Casaleggio ha tirato troppo la corda e le nostre strade si dividono. La piattaforma Rousseau doveva essere un mezzo e non il fine del nostro mandato politico».

COMINCIA FINALMENTE L’ERA BIDEN

La democrazia americana è un bene universale che ogni altro Paese dovrebbe difendere come prezioso risultato dell’intelligenza umana. Come la Sfinge, il Colosseo o Notre-Dame.
Qualunque sia il giudizio sulla politica economica, su quella estera, sulle scelte sociali di un’amministrazione USA, chiunque abbia a cuore il Popolo americano non può tollerare che vengano minate le basi delle sue Istituzioni rappresentative.
Donald Trump sta lasciando in queste ore la Casa Bianca. Sull’elicottero presidenziale decolla il campione mondiale del populismo antidemocratico per allontanarsi, finalmente, dalla capitale della più antica democrazia dell’era contemporanea.
E a Strasburgo, mentre tutte le forze democratiche europee si uniscono per condannare formalmente l’attacco perpetrato al Congresso degli Stati Uniti da un gruppo di rivoltosi incitati dalle teorie cospirative del Presidente Donald Trump, i sovranisti “de’ noantri” si schierano dal lato oscuro della Storia.
Per questo, innanzitutto, non possiamo che salutare con favore l’inizio della nuova amministrazione Biden. Perché gli anticorpi della democrazia si sono attivati e, con il suo insediamento, è stata scongiurata una pandemia populista.
Sebbene ora anche

Joe Biden

avrà come priorità quella di distribuire il maggior numero di vaccini ai suoi concittadini e ristorare le categorie più colpite dalla serrata, la sua agenda politica di lungo respiro è motivo, per noi, di grandi aspettative.

Almeno su due punti fondamentali: la politica ambientale e la politica estera.
Biden ha una visione chiara sulla lotta al cambiamento climatico: questo tema deve essere messo al centro di ogni politica pubblica. L’obiettivo comune è creare nuove infrastrutture – che a loro volta genereranno un circolo economico virtuoso – tali da rendere città e campagne meno vulnerabili ai fenomeni meteorologici estremi.
E a ciò servirà il nostro Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che prevede ben 70 miliardi per questa sfida senza precedenti.
Sulle relazioni internazionali, poi, Biden è consapevole della necessità di rinsaldare l’asse USA-UE, sia in campo economico che strategico: ma noi siamo chiamati a tendergli la mano.
Solo in questo modo potremo contenere le spinte espansionistiche asiatiche che premono sui confini dell’Occidente, del Medio-Oriente e dell’Africa. Il tutto, s’intenda, sempre in quell’ottica multilaterale che sia in grado di superare le rigide dicotomie da guerra fredda.
Come ha detto oggi a Sky tg24 il prof. Giulio Sapelli, intervistato poco tempo fa da #ParoleGuerriere: “Gli USA restano la locomotiva del mondo: se loro si prendono la tosse il mondo avrà la polmonite”.
L’Italia non ha nemici ma pochi sono anche gli amici fidati.
Auguri Mr. President!

Intervento odierno alla Camera: Dalila Nesci

Intervento su pregiudiziali Decreto Natale

Gentile Presidente,
Gentili Colleghi,

all’esame odierno dell’Assemblea vi sono le questioni pregiudiziali, sollevate dalle opposizioni, al disegno di legge di conversione del decreto 18 dicembre 2020, n. 172, (il cosiddetto Decreto Natale) recante ulteriori disposizioni urgenti per fronteggiare i rischi sanitari connessi alla diffusione del virus Covid-19.

Il Decreto si pone il duplice obiettivo di varare misure urgenti per le festività natalizie e di contemperare la chiusura di determinate categorie produttive, particolarmente colpite dalle restrizioni alla circolazione, con un contributo a fondo perduto.

Nonostante il mondo intero abbia salutato con grande sollievo l’approvazione da parte delle autorità sanitarie dei vaccini anti-Covid è inconfutabile che – per ragioni squisitamente farmacologiche e per ragioni prettamente logistiche – il loro reale apporto all’appiattimento della curva del contagio non potrà che avvenire nell’arco di qualche mese, se non addirittura di un anno.

Medio tempore non conosciamo altra soluzione che limitare i contatti tra gli individui.

Lo abbiamo detto più volte: stiamo vivendo un momento storico. Non è certo questa la prima pandemia che ha colpito l’intera Umanità ma è senz’altro la prima volta nella storia che l’Essere umano tenta di governarne le sorti.

E lo fa con gli strumenti a sua disposizione: la legge e la scienza.

Prova ne sia ciò che stato deciso anche dai nostri vicini europei:

in Germania lockdown totale dal 16 dicembre al 10 gennaio.
Dal 24 al 26 dicembre massimo 4 persone a tavola;
in Francia massimo 6 con coprifuoco dalle 20 alle 6;
in Spagna sebbene ogni comunità abbia adottato regole diverse si è scelto ovunque la linea dura: a Madrid non più di 6 persone a tavola e in Catalogna non più di 10.
in Austria lockdown totale dal 26 dicembre con ristoranti e negozi chiusi.
In Belgio, a Natale si è potuto far entrare in casa una sola persona: due ospiti per chi rimaneva solo la sera del 24 e 25 dicembre;
In Olanda lockdown fino al 19 gennaio con stop ai negozi non essenziali, scuole, cinema, palestre e parrucchieri;

E così anche fuori della UE:
come in Svizzera: fermi ristoranti, palestre e centri sportivi. Negozi chiusi alle 19. Massimo 10 persone a tavola;
e come nel Regno Unito dove il temporaneo alleggerimento delle restrizioni deciso Westminster ha comportato che Scozia e Galles provvedessero a disporre un limite alle riunioni in casa.

Certo, un anno fa, nessuno di noi avrebbe mai creduto che fosse necessario arrivare a tanto.

Onestamente, però – e lo dico con il massimo rispetto verso le opposizioni – anche in considerazione di quanto stabilito negli altri paesi europei… si può davvero affermare che non esistano profili di straordinaria necessità e urgenza quando si tratta di prevenire l’aggravamento dell’emergenza epidemiologica in un periodo di due/tre settimane durante il quale è facilmente prevedibile un aumento dei contatti tra estranei?

Questa banale eccezione – alla base della questione pregiudiziali all’esame – ci trova totalmente in disaccordo.

Anzi, ci disarma.

Perché le forze politiche che hanno la responsabilità di governare Regioni popolose come stati europei – e che con le delibere delle loro Giunte limitano la libertà personale dei propri cittadini in nome del principio costituzionale del diritto alla Salute – non possono onestamente muovere critiche a Roma se, per lo stesso principio, in un contesto di straordinaria necessità e urgenza, si decretano misure maggiormente restrittive su tutto il territorio nazionale per un periodo così particolare dell’anno.

Ma, allora, cominciamo a dire con fermezza qual’è stato il vero problema nell’affrontare la Pandemia.

Non l’uso dei DPCM da parte del Presidente Conte – altro tema presente nelle questioni pregiudiziali di oggi – che è stato utilizzato come mezzo eccezionale in un momento eccezionale ma sempre nell’alveo della Costituzione… e a maggior ragione, direi, visto che la normativa prevista nei DPCM viene ripresa dal Decreto Legge in esame e quindi inserita in una fonte di diritto primario peraltro sottoposta alla conversione in Legge.

Non i DPCM, quindi, ma questo sistema pseudo-federalista nato con la Riforma del Titolo V della Costituzione che – su materie fondamentali come la Salute – ha consentito la nascita di un “leviatano” con 20 teste regionali (e 2 provinciali a statuto speciale).

Parliamo di questo, allora: possiamo ancora permetterci una legislazione concorrente sulla Sanità?

Si è visto con i dati epidemiologici richiesti dal Ministero della Salute: il dato il vero driver che avrebbe potuto aiutare a prendere decisioni rapide e corrette.

Venti sistemi informatici diversi.

E’ come se la rete ferroviaria italiana fosse costituita da venti tipi di binari differenti ed ogni volta, per passare una Regione, fossimo costretti a cambiar treno.

Questo è stato il federalismo all’italiana.

Ma torniamo al Decreto Natale e mi accingo a concludere. Con una domanda, rivolta a chi solleva le questioni pregiudiziali.

Siete davvero sicuri che 330.000 ristoratori e 150.000 baristi italiani condividerebbero le Vostre eccezioni costituzionali al Decreto Natale, fondate sulla non necessità e urgenza del dispositivo?
Un Decreto che prevede un contributo per queste categorie di ben 645 milioni di euro a ristoro delle perdite subite dalle restrizioni?

Grazie Signor Presidente.

TALLINI E I TALLONI D’ACHILLE DELLA POLITICA

Non finirò mai di ringraziare la magistratura e le forze dell’ordine per il loro lavoro di repressione della criminalità organizzata e di svelamento degli apparati masso mafiosi dei colletti bianchi.

In Calabria l’ultima operazione coordinata dalla Dda di Catanzaro contro la cosca Grande Aracri di Crotone è “Farmabusinness”, che ha scoperchiato un giro di riciclaggio di proventi mafiosi attraverso i farmaci.

Agli arresti domiciliari è finito anche un noto politico calabrese, Presidente del Consiglio della Regione Calabria Domenico Tallini, dimessosi giusto l’altro ieri. E’ accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e voto di scambio.

Un’ennesima operazione antimafia che svela summit fra ‘ndranghetisti, affaristi e pezzi della politica che questa volta avrebbero lucrato persino sui farmaci oncologici.

 

Le dichiarazioni del Presidente dell’antimafia Morra, inopportune e per me in alcun passaggio condivisibili, hanno avuto l’unico effetto di distogliere le attenzioni dall’ennesima grana politica in questo caso a carico di Forza Italia. A chi è giovata questa confusione? Bisogna chiederselo e poi non lamentarsi se il M5S si sia dovuto dissociare.

Alcune riflessioni, infatti, vanno argomentate.

 

Questo clima da tifoseria, nel mezzo di una pandemia, è aberrante. Ancor più pericoloso se ad avvelenare il dibattito sono proprio soggetti istituzionali che hanno, invece, il dovere di essere da guida in un momento tanto difficile da affrontare.

 

Per contrastare la malapolitica e la ‘ndrangheta serve la collaborazione di tutti i poteri dello Stato e non solo della magistratura che in alcuni contesti, c’è da dirlo, sembra essere uno dei pochi punti di riferimento rimasti.

Serve dunque un’opinione pubblica attenta. Servono politici all’altezza dei ruoli da ricoprire. Serve la scuola, la cultura, la Politica, il teatro, la musica, insomma servono gli strumenti affinché ciascuno sia in grado di discernere.

Per questo, nessuno può permettersi di contribuire oltre allo svilimento delle istituzioni. Ciò sarebbe pericoloso per la tenuta democratica del Paese. Anticipare un dibattito pubblico destinato al momento della campagna elettorale è inaccettabile oltre che da rifuggire.

 

L’altro giorno alcuni Sindaci calabresi, guidati da Anci, hanno deciso di manifestare in Piazza Montecitorio prima dell’incontro già concordato con il Presidente del Consiglio Conte.

Ho visto chiaramente il tentativo -di una parte- di politicizzare quella piazza, ma mi sono doverosamente recata anch’io lì per ascoltare e comprendere le loro posizioni. Mi sono confrontata con loro con schiettezza e ci siamo guardati negli occhi con reciproca apprensione per la situazione. Non penso che siano le statistiche a decretare il grado di onestà o di capacità amministrativa dei Sindaci o di qualsiasi altro politico, che siano calabresi o di altre Regioni. A rappresentare le istituzioni ci sono sempre donne e uomini con limiti, pregi e virtù.

Nello svilimento generale che sento, leggo e vedo, posso dire che ci sono molte persone a servizio dello Stato che in silenzio e lontano dai riflettori lavorano per la collettività.

 

Non mi farò mai convincere del pensiero nazistico per cui ci siano popoli che meritano le condizioni economiche o politiche in cui versano.

Piuttosto, in Calabria, bisogna mestamente tacere se non si è riusciti a fornire un’alternativa valida ai “Tallini” di turno. Tacere e a testa bassa lavorare per ristabilire la fiducia con il proprio elettorato.

Chiudo con una riflessione preoccupata sulla scelta della Rai di rinunciare maldestramente alla presenza di Morra nell’ultima puntata di “Titolo V”.

Ma anche qui, scusatemi, non riesco proprio ad appiattirmi alle tifoserie via hashtag. Quando non c’è la lucidità personale di capire che bisogna evitare un’uscita mediatica, lì deve intervenire la disciplina interna ai partiti e alle forze politiche. Paradossalmente la Rai ha tentato di non contribuire all’esasperazione di un dibattito. Peccato però che non fosse questo compito suo!

Intervento informativa urgente Ministro Speranza – Dalila Nesci

 

 

Ministro, colleghi e rappresentati del governo tutti,
​esattamente un secolo fa il mondo intero fu colpito da una influenza – poi ribattezzata “spagnola” – che nel giro di due anni infettò 500 milioni di persone (un quarto della popolazione mondiale), uccidendone 50 milioni. Fu la più grave pandemia della Storia dell’Umanità.
​Oggi ci troviamo nel pieno di una nuova pandemia: a distanza di quasi un anno dal paziente zero, il COVID-19 ha colpito già circa 50 milioni di persone in tutto il mondo, causando la morte di 1,2 milioni di persone.
​La differenza fondamentale tra oggi e cento anni fa sta nelle decisioni che possiamo prendere, sia a livello nazionale sia a livello mondiale. Ed ora abbiamo la possibilità di scegliere: tentare di governare il fenomeno o subirne semplicemente le conseguenze?
​Va da sé che per uno Stato evoluto, democratico e responsabile la scelta non può che essere una nella consapevolezza che ogni soluzione comporta sempre dei limiti: dobbiamo governare il fenomeno.

Come ha ricordato il Presidente Conte lunedì scorso in quest’Aula, a marzo eravamo posti di fronte a un evento travolgente, in assenza di un piano operativo puntualmente e dettagliatamente certificato sul piano scientifico, sprovvisti di un sistema di monitoraggio sofisticato.
Un lockdown generalizzato su tutto il territorio nazionale a marzo, era l’unico modo per governare il fenomeno, l’unico modo per “appiattire la curva” dei contagi: bisognava aggredire subito il problema.

Ma il compito che dobbiamo svolgere, era chiaro sin dall’inizio di questa pandemia: fino a quando non ci sarà un vaccino per debellare il Coronavirus, la Politica è chiamata a combattere una crisi sanitaria che le si presentava, innanzitutto, come una crisi ospedaliera. Una crisi che è anche il frutto di anni di tagli e definanziamenti a discapito della nostra sanità e della rete di assistenza territoriale.
E il loro progressivo smantellamento, in virtù di una visione ospedalocentrica, ha contribuito alle discriminazioni nell’accesso alle cure nei diversi territori e soprattutto, in questa situazione emergenziale, ad un sovraccarico insopportabile per i nostri ospedali e per tutto il personale sanitario e socio-sanitario!
Ma non è il momento per occuparci di certe responsabilità del passato, per dividerci sulla mala gestio degli ultimi vent’anni perpetrata in molti sistemi sanitari regionali, allo scopo di arricchire la sanità privata a discapito del pubblico e rifocillare potentati clientelari.
Torniamo alla gestione dell’emergenza. Nel corso dei mesi successivi alla scoperta del Covid-19 nel nostro Paese, il nostro Governo ha fatto ciò che era più importante: potenziare il sistema sanitario. Sono stati stanziati 9,5 miliardi di euro per l’intero comparto e 1,4 miliardi per l’aumento dei posti in terapia intensiva, passati da 5.179 prima dell’emergenza agli attuali 7596. E altri se ne aggiungeranno per un totale potenziale di 11307.
Abbiamo più che raddoppiato la capacità di intervento sui pazienti più gravi, e con un unico scopo: governare il fenomeno.
Certo, il quadro epidemiologico nazionale ed europeo appare ancora particolarmente critico. Ma come è stato ricordato ieri dal Dott. Brusaferro dell’Istituto Superiore di Sanità, siamo ormai entrati nella seconda fase: quella della transizione, con una rimodulazione delle misure di contenimento.
Per questo, ora, un lockdown generalizzato non avrebbe senso: bisogna riuscire a conciliare le libertà personali e la tutela della salute, nella consapevolezza che non vi sarà ripresa economica se non riusciremo a contenere il contagio!

Ecco allora che dobbiamo tutti collaborare ed accogliere il sistema messo a punto dalla Cabina di Regia, dove partecipano anche le Regioni, basato non solo sull’ormai famoso valore Rt ma su ben 21 indicatori individuati dal D.M. 30 aprile 2020 – i cui dati sono forniti proprio dalle singole Regioni – e che generano in maniera oggettiva un “rischio”: basso, medio, moderato o alto per ogni realtà regionale. Indicatori che non si concentrano solo su un aspetto del fenomeno ma che sono, a loro volta, suddivisi in tre categorie: capacità di monitoraggio, capacità di accertamento diagnostico-indagine -gestione dei contatti e tenuta dei servizi sanitari.
Non dimentichiamoci che è il “grado di rischio” il driver principale che deve aiutarci a scegliere in questo momento. Ed aver trovato l’algoritmo condiviso capace di generare questo dato, dovrebbe persuadere ogni livello istituzionale ad interagire nella massima trasparenza possibile.

Ora non è il momento di dividerci e perderci in polemiche sterili e strumentali.
Dobbiamo salvare vite umane e dobbiamo farlo adesso: questo significa governare il fenomeno, a costo di essere impopolari!
Necessarie, pertanto, le restrizioni a livello territoriale grazie alle quali, ci auguriamo, potremo forse scongiurare misure generalizzate su scala nazionale. Restrizioni che allo stesso tempo garantiranno ulteriore monitoraggio in tempo reale e verrà fugato ogni dubbio.
Per concludere Ministro Speranza, nella consapevolezza della separazione e della gestione concorrente fra Stato e Regioni di alcune competenze garantite dalla Costituzione, il nostro auspicio è che si mettano da parte gli eccessi propagandistici, a cui troppo spesso la politica si piega e che si collabori uniti, da Italiani, per affrontare la più grave crisi che la nostra Storia Repubblicana ricordi.

RAGGI BIS? ORA SI PUÒ

Il sistema di potere romano ha subito un forte scossone da quando Virginia Raggi è diventata sindaca di Roma.
Da più parti le si riconosce il merito di aver scardinato un metodo di governo della città, ormai inveterato da molti lustri.
Ora è il momento di ricostruire il sistema. Di renderlo efficiente e trasparente oltre che efficace.
Per questo non possiamo permetterci di perdere l’esperienza acquisita sul campo da Virginia, anche lei ospite di “Parole Guerriere” nel seminario ispirato dalla filosofia di Gioacchino da Fiore dal titolo “L’età dei Cittadini”.
A lei va il nostro incoraggiamento e il pieno endorsement per la sua scelta coraggiosa.
Chiediamoci però se la questione dei due mandati non abbia proprio questo limite intrinseco: perdere l’esperienza acquisita.
E ciò vale per tutti.
Non si tratta, a nostro giudizio, di chiedere deroghe ad personam su Rousseau ma di riformare radicalmente questa caratteristica del M5s.
Ora che siamo al Governo del Paese dobbiamo massimizzare ciò che abbiamo imparato.
Non per questo verrà meno la nostra onestà.
Superare il limite dei due mandati deve essere una scelta sistemica per l’evoluzione del #M5S: da movimento liquido ad organizzazione democratica.
Quando ho proposto la mia candidatura alla Presidenza della Regione Calabria non erano forse maturi i tempi.
Ora si può! #Avanti

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In foto: Paola Taverna, Dalila Nesci, Alessandro Di Battista e Virginia Raggi all’evento di Parole Guerriere – L’età dei Cittadini a Roma, 27 novembre 2017.