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Il mio ricordo di Giuditta Levato

Ho partecipato al VII appuntamento de La Calabria delle Donne incentrato sulla potente storia di #GiudittaLevato. Siamo stati ospitati del Comune di San Ferdinando (RC) nella sala consiliare. Insieme agli altri relatori e pubblico partecipante ci siamo immersi nell’epoca in cui visse Giuditta Levato. Nel mio intervento ho voluto approfondire il modello femminile e politico che ha incarnato nelle lotte contadine e l’attualità valorariale della sua testimonianza per il #Sud: il suo sacrificio per una causa di emancipazione sociale, la sua coraggiosa azione politica e l’intuito di donna messo a disposizione di un sogno collettivo.
Ringrazio per l’invito la Dott.ssa e mia amica Mariangela Preta con la quale da subito, in qualità allora di Sottosegretario di Stato per il Sud e la Coesione territoriale, ho voluto collaborare per sostenere la nascita de “La Calabria delle Donne – Festival del Genio Femminile”. Un progetto che ha, inoltre, da poco prodotto un interessante libro di Preta e Mancuso “Donne di Carta” che raccoglie, con il contributo di diversi autori, i profili biografici di scrittrici e personaggi letterari femminili di #Calabria. Un libro nato come riconoscimento dovuto a quelle tante donne che hanno saputo lasciare una traccia del loro passaggio e del loro impegno letterario. Un eccezionale impegno, aggiungo io, per cui da donna fedele alle istituzioni mi sento di ringraziare tutte e tutti coloro che stanno facendo crescere questo progetto al femminile!

15 Marzo 2023 Rosarno (RC), Sala Consiliare del Comune – La Calabria delle Donne: VII appuntamento, mia relazione sulla storia di Giuditta Levato

di Dalila Nesci

Ringrazio innanzitutto per questo invito: il Sindaco di Rosarno per l’ospitalità, la dottoressa Preta per l’energia con cui porta avanti questo percorso dedicato alle donne e naturalmente anche la dottoressa Vincelli. Ritengo che questa sia una giornata importante, che trova senso nei nostri contributi e nel tentativo di ricordare e comprendere la figura e la storia di Giuditta Levato.

Condivido pienamente ciò che è stato detto sul ruolo della cultura: è la cultura che ci può riscattare. Ma per farlo dobbiamo prima conoscere le nostre radici, far emergere dai cassetti dell’oblio quelle vicende, quei percorsi, e soprattutto quelle figure femminili che la storia calabrese ha nascosto per troppo tempo. È un’opera che non ha prezzo. Abbiamo ricordato il libro Le donne di carta, dedicato alle figure femminili della letteratura italiana; ma oggi stiamo riportando alla luce anche personalità che hanno inciso politicamente, non solo sul nostro territorio, ma sulla storia contemporanea che esse stesse hanno vissuto.

Ricordare queste storie è essenziale perché si tratta di vicende senza tempo: la storia si ripete e le dinamiche di ieri, purtroppo, sono spesso quelle di oggi. Se non comprendiamo le radici più antiche dei fenomeni che viviamo, fatichiamo a trovare gli strumenti per superarli. È questo, in fondo, il cuore dell’esperienza di Giuditta Levato: una vicenda che parla al femminile ma che è, allo stesso tempo, profondamente politica e ancora attualissima.

Giuditta era una contadina, una donna della terra. Il legame ancestrale tra la donna e la terra è, di per sé, un simbolo potentissimo: evoca la forza creatrice della vita, richiama quella divinità femminile che ha abitato le culture di tanti popoli antichi. Nella sua storia, però, emerge un significato ancora più profondo: Giuditta ci mostra come, talvolta, anche dalla morte possa nascere qualcosa. Era una giovane mamma incinta quando venne colpita a morte; aveva già due figli che sosteneva da sola mentre il marito era in guerra. La sua morte diventa così testimonianza, sogno, risposta a generazioni di contadini e contadine che attendevano da anni una possibilità di riscatto dalla miseria e dalla sopraffazione.

La sopraffazione del femminile, purtroppo, è antica. Oggi la sintetizziamo nella parola “violenza”, ma potremmo estenderla alla sopraffazione di ogni categoria debole. Ogni epoca ha avuto i suoi oppressi: allora erano i contadini contro il potere latifondista; oggi potremmo riconoscere dinamiche simili nella cultura economica del neoliberismo, che giustifica la sopraffazione del concorrente in nome dell’accumulo di risorse e potere. Allora i padroni difendevano con forza il proprio status e i propri privilegi, accumulati nel tempo grazie a terre che, di fatto, erano rese produttive solo dal lavoro dei contadini.

Il contesto storico in cui Giuditta diventa eroina – o forse martire – è dunque decisivo. In quegli anni erano stati appena emanati i decreti della riforma agraria voluta dal ministro Fausto Gullo, calabrese e comunista, che si era battuto per riconoscere ai contadini il diritto alla terra. Quei decreti, però, nella maggior parte dei casi non vennero applicati, o lo furono in modo parziale. Non era nemmeno il primo tentativo di riforma: già nel 1919, con il decreto Visocchi, si era provato a distribuire le terre, convincendo molti padri di famiglia ad andare in guerra con la promessa – poi infranta – di una maggiore giustizia sociale.

Le lotte contadine che seguirono furono spesso represse con violenza e in più casi vi fu anche la convergenza fra potere politico, mafia e altri potentati locali. Molti dirigenti dell’epoca, come ricorda un saggio di Bevilacqua e le parole del dirigente comunista Cinanni, riconobbero in seguito che si era persa un’occasione storica: quella di utilizzare – non strumentalmente, ma politicamente – l’energia delle lotte contadine del Sud per avvicinare finalmente il Mezzogiorno alla parte d’Italia già avviata verso l’industrializzazione.

In questo quadro complesso, Giuditta Levato compie un atto profondamente politico e lo compie da donna, con un valore simbolico ancora più forte. È importante ricordare che era una donna politicamente impegnata, legata alla fede comunista che la guidò nella sua lotta. Il testamento che affidò al senatore Poerio rivela i motivi profondi, perfino ancestrali, del suo sacrificio.

Giuditta fu la prima, ma non l’unica. Dopo di lei ci furono altre tragedie: la strage di Portella della Ginestra, quella del Giglio a Fragalà, l’eccidio di Melissa nel Crotonese e poi altri episodi nelle campagne calabresi fino agli anni Settanta. Alle vittime si aggiunse la grande disillusione per una riforma agraria che arrivò tardi e in modo insufficiente, contribuendo a quell’ondata migratoria che ha spinto migliaia di calabresi oltreoceano. Ancora oggi, come popolo del Sud, viviamo le conseguenze di quell’esodo.

Credo che in ognuno di noi ci sia il desiderio di ritrovare il filo di queste storie e di credere che quelle morti non siano state vane. Sono testimonianze vive, che fanno parte della grande storia alla quale noi, individualmente, siamo piccoli rispetto alla grandezza del loro coraggio. Giuditta seppe comprendere di trovarsi in un momento di svolta: il dopoguerra apriva alla speranza di un nuovo sistema democratico, capace di emancipare contadini, braccianti e operai. Lei il suo contributo lo diede, e per questo è giusto ricordarla, onorarla e ringraziarla.