
Roma, 12 aprile 2026 – Per anni la sanità calabrese è stata un “cerino acceso” passato di mano in mano, in un continuo rimpallo di responsabilità tra politica e governance manageriale, spesso volto a evitare decisioni, minimizzare criticità e delegittimare denunce provenienti da professionisti e cittadini.
Oggi questa fase si chiude: il Consiglio dei Ministri n.168 del 9 aprile ha deliberato la revoca del commissariamento della sanità calabrese. Un risultato atteso, frutto di un impegno politico mantenuto dal Governo di Giorgia Meloni e del lavoro del Presidente della Regione Roberto Occhiuto. Si apre così una nuova fase, ma il percorso che ha condotto a questo esito è stato lungo e disomogeneo.
Dopo una fase in cui il rientro dal debito sanitario appariva vicino, penso all’epoca del Generale Pezzi, sono seguiti ulteriori commissariamenti con un progressivo aggravamento della situazione e blocco delle assunzioni. Il tentativo di “lotta” della presidenza Oliverio non riuscì a concretizzarsi in un efficace programma operativo. Successivamente, il “decreto Calabria” ha introdotto strumenti rilevanti – tra cui lo sblocco del turnover, nuove risorse e maggiori margini sulle nomine – ma la loro attuazione è stata segnata da criticità gestionali, ipocrisie di palazzo e non dimentichiamo la pandemia da Covid-19.
Un passaggio decisivo fu pure rappresentato dalla sentenza n.168/2021 della Corte Costituzionale, che ha rilevato profili di incostituzionalità nelle norme di supporto al commissariamento della Regione Calabria. La Consulta chiarì che lo Stato doveva garantire direttamente il funzionamento della struttura commissariale, non potendo gravare su un Dipartimento della salute regionale già progressivamente indebolito. Allo stesso tempo, riaffermava il principio per cui lo Stato esercita un ruolo di garanzia attraverso il potere sostitutivo, pur nel rispetto delle autonomie territoriali.
Questa sintetica ma pesante cronistoria della sanità calabrese, ricorda a tutti che non è più rinviabile una revisione complessiva dell’istituto del commissariamento e dei piani di rientro, oggi non più adeguati al mutato contesto economico e alla nuova stagione di investimenti.
Va inoltre evidenziato un elemento spesso sottaciuto che ha contribuito a prolungare il commissariamento come alibi politico: per oltre un decennio la Regione Calabria non ha attivato iniziative decisive, penso alla predisposizione di efficaci programmi operativi per un nuovo piano di rientro che ne accelerasse la chiusura. A ciò si sono aggiunte difficoltà oggettive e condizioni politiche non favorevoli a una collaborazione istituzionale responsabile e pragmatica. Ora che un risultato è stato raggiunto, anche a dispetto dei “nemici della contentezza”, non si perda questa opportunità.
In questo contesto, è necessario chiarire cosa cambia realmente con la fine del commissariamento. La sua cessazione comporta innanzitutto il ritorno della governance agli organi regionali, che riacquistano piena titolarità decisionale.
Tuttavia, la fine del commissariamento non coincide automaticamente con il superamento delle criticità finanziarie. Il piano di rientro resta vigente, con vincoli stringenti su spesa, organizzazione e livelli essenziali di assistenza. Permangono inoltre i controlli ministeriali e, ove necessario, i meccanismi fiscali automatici.
Solo con il raggiungimento dell’equilibrio economico ed organizzativo il percorso di risanamento potrà dirsi concluso. Fino ad allora, cambia il soggetto che decide, ma non le regole del gioco, che restano presidiate a livello statale.
Questo nuovo scenario comporta una piena responsabilizzazione della classe dirigente regionale: Consiglio e Giunta sono chiamati a garantire una gestione ordinaria concreta, fondata su competenza, trasparenza e accountability. È lecito attendersi un confronto politico più maturo, basato su dati e scelte strutturali, evitando sia semplificazioni populiste sia rimozioni delle responsabilità pregresse.
Oggi si apre dunque una concreta possibilità di riscatto istituzionale e politico, fondata su una collaborazione trasversale. Parallelamente, è necessario intervenire ancora sui criteri di riparto del Fondo sanitario nazionale e sui meccanismi perequativi tenendo conto delle comorbilità e della demografia delle popolazioni regionali. Esigenza che si rafforza ulteriormente alla luce delle recenti preintese sull’autonomia differenziata. Il rischio è quello di consolidare sistemi sanitari regionali a velocità diverse, compromettendo l’universalità del diritto alla salute sancito dalla Costituzione.
La priorità rimanga la garanzia di un accesso equo al diritto alla salute anche attraverso il contrasto all’emigrazione sanitaria e una maggiore vigilanza sui flussi finanziari verso altre regioni.
La fine del commissariamento rappresenta dunque un passaggio politico storico, ma non conclusivo. La politica regionale Calabrese adesso sia all’altezza del delicato compito di archiviare il debito sanitario e uscire dal Piano di rientro.









