
Ogni stagione di riforma porta con sé una scelta: restare ancorati a un sistema che conosciamo – con tutti i suoi limiti – oppure assumersi la responsabilità di cambiarlo, accettando una quota di rischio. Il risultato di questo referendum ci dice che, ancora una volta, ha prevalso la paura dell’ignoto sulla volontà di modernizzare un settore decisivo come la giustizia.
Ed è un peccato, perché non si trattava di una riforma astratta o ideologica, ma di un intervento concreto su un nodo che incide ogni giorno sulla vita dei cittadini e sulla competitività del sistema Paese. Una giustizia più efficiente, più prevedibile e meno condizionata da logiche interne avrebbe significato più fiducia, più investimenti, più equità reale. Il micro e il macro coincidono: ciò che non funziona nei tribunali si riflette direttamente nelle imprese, nel lavoro, nella vita quotidiana.
Va riconosciuto al Governo Meloni e alla sua maggioranza il merito di aver mantenuto la parola data, portando avanti una riforma coerente con il mandato ricevuto. In un tempo in cui la politica spesso arretra o si piega al consenso immediato, questo è un segnale di serietà che non va sottovalutato.
Ma in democrazia il giudizio finale spetta ai cittadini, e il verdetto va rispettato senza ambiguità. Proprio per questo, però, non può diventare un alibi per fermarsi. Se il cambiamento è stato respinto, ciò non significa che i problemi siano risolti o che lo status quo sia sostenibile.
Alla politica e a tutte le forze vive e responsabili della società spetta ora un compito più difficile: non rassegnarsi al potere subdolo della propaganda a buon mercato che semplifica e distorce, ma continuare a spiegare, proporre, costruire consenso su riforme necessarie.
Il vero rischio non è perdere un referendum, ma abituarsi all’immobilismo e trasformarlo in normalità.








